Schippa, uomo della concretezza lascia in eredità il “suo” Ateneo

1 Dicembre 2020

Apparteneva a quella generazione di uomini che hanno lottato per ridare dignità e futuro all’Italia Le ultime volontà: nessuna cerimonia pubblica e commemorazioni ma solo la vicinanza della famiglia

L’AQUILA. Il professor Giovanni Schippa, 97 anni, è stato partigiano tutta la vita. Faceva parte di quella generazione di uomini che hanno combattuto per ridare prima dignità e poi un futuro all’Italia devastata dalla guerra.
L’Aquila ha avuto la fortuna di incontrarlo nel 1966 quando, già docente di Tecnologie dei materiali e Chimica applicata, cominciò a collaborare con un altro grande protagonista della storia del capoluogo d’Abruzzo, Vincenzo Rivera.
Schippa rievocò l’incontro con Rivera in una intervista concessa al Centro nel 2018: «Poco prima delle feste di Natale del 1966 fui invitato nella residenza romana del professor Vincenzo Rivera, parlamentare, nobile aquilano, accademico, docente della facoltà di Scienze della Sapienza e Rettore e fondatore dell’Ateneo dell’Aquila. Lo scambio di idee che ebbi con lui evidenziò subito un carattere duro ma da manager di alto livello che mi colpì per l’entusiasmo col quale stava portando avanti il suo progetto malgrado gli ostacoli, non solo finanziari, che doveva superare sia in campo nazionale che locale. Era un garibaldino e sapeva trasmettere ai suoi più stretti collaboratori la voglia di combattere e vincere».
RIVERA E IL SUO PROGETTO. Il progetto di Rivera era quello di creare all’Aquila una università di qualità che potesse competere alla pari con i più grandi Atenei italiani. Si partì dalla “Libera Università” che all’inizio aveva le “facoltà” di Magistero, Scienze e subito dopo Ingegneria. Schippa fu preside di Ingegneria, Rettore della Libera Università e in quella veste visse in prima linea il complesso passaggio a Università statale di cui è stato Rettore dal 1981 al 1994.
UOMO CONCRETO. Non amava molto le interviste e le luci della ribalta. «A volte» diceva «l’ho dovuto fare ma per motivi istituzionali». Lui era rimasto l’uomo dei fatti a cui piacevano poco le chiacchiere senza costrutto e i compromessi al ribasso. Ma era anche capace di mediazioni virtuose tanto che per decenni è stato riferimento della vita sociale, istituzionale e politica cittadina (fu, ad esempio, presidente della fondazione Carispaq). È stata innanzitutto una figura di grande autorevolezza. Il suo non essere aquilano Doc (era nato a Perugia e aveva vissuto a lungo a Roma) lo ha messo al riparo dai campanilismi e dalle piccole beghe cittadine. Non amava né i salotti e nemmeno quella vita di provincia fatta di strizzatine d’occhio e pacche sulle spalle in cui tutti si fingono amici fino a quando conviene. Anche le modalità che lui ha voluto per l’estremo saluto confermano una personalità che non ha mai amato i fronzoli: nessuna cerimonia pubblica, nessun discorso commemorativo. Solo la vicinanza della sua famiglia. Abitava al quinto piano di un normale condominio in via Strinella. L’unico “lusso” che si era concesso era il suo studio, circondato dai libri e nel quale si ritirava per leggere, studiare, progettare. Sì anche progettare. In realtà Giovanni Schippa non ha mai abbandonato la “sua” università dove ha avuto uno spazio personale fino alla fine. E non ci andava per quella “nostalgia” dei bei tempi che spesso colpisce chi entra nella terza età. Lui non guardava al passato, anche se lo rivendicava con orgoglio. Al contrario riteneva che le sue competenze e la sua esperienza dovessero essere a disposizione dei docenti e soprattutto degli studenti.
L’INTERVISTA DEL 2018. Qui forse vale la pena di raccontare la “genesi” dell’intervista che nel 2018 Schippa concesse al Centro. Stava ancora benissimo, nonostante che non erano mancati in precedenza problemi di salute, però superati bene. L’idea era di inviargli per e-mail alcune domande a cui lui avrebbe risposto con tutto il tempo necessario. Un giorno squilla il telefono e Schippa con la sua voce vigorosa e inconfondibile disse: «Guardi l’intervista si può fare ma non pensi di cavarsela con una e-mail». Il primo incontro avvenne nel suo studio in via Strinella a cui ne seguirono altri tre nella sede della facoltà di Ingegneria a Roio. Più o meno quasi otto ore di colloquio a cui se ne aggiunse almeno un’altra al telefono. Chiedeva di leggere riga per riga le risposte che lui aveva impostato e su ogni singolo aspetto spiegava, chiariva, aggiungeva, toglieva. Fra una cosa e l’altra aneddoti a non finire (aveva una sua finissima e delicata ironia) sulla sua esperienza durante la Resistenza e poi nella “costruzione” dell’Università dell’Aquila. Di tanto in tanto nella sua stanza a Monteluco di Roio entrava un professore, qualcuno del personale amministrativo, studenti: chi per un saluto, chi per un consiglio, chi per uno scambio di idee. Lui sempre sorridente, rispettoso, disponibile, felice di poter essere ancora utile. Il computer, nonostante i 95 anni, non lo spaventava, anzi lo riteneva un aiuto indispensabile. Ci teneva molto a essere “preciso”. Confessò di aver detto no a chi voleva scrivere un libro su di lui perché per farlo «mi sarei dovuto documentare bene e avrei dovuto cercare nell’intero archivio dell’ateneo, ci sarebbero voluti anni». Era nemico dell’approssimazione, del pressapochismo. Questo gli veniva dalla sua cultura scientifica che però non rifuggiva la passione per l’arte e la letteratura. L’unico piacere extra che si concedeva era una salutare passeggiata in montagna, passione che ha condiviso con l’amico, il compianto professor Alessandro Clementi.
IL DOPO SISMA. Nel 2009, quando dopo lo choc iniziale si cominciò a parlare di ricostruzione, Schippa, già 86enne, non si tirò indietro. Contribuì a elaborare una proposta che aveva come obiettivo quello ottimizzare la localizzazione di attività capaci di creare reddito nell’area del cratere. Un obiettivo, disse l’ex rettore nell’intervista del 2018 «obiettivamente contrario alla filosofia, peraltro non sostenuta da analisi scientifiche, che prevedeva una ricostruzione dell’Aquila dov’era-com’era che ha invece prevalso». Un piccola amarezza, forse. Ma Giovanni Schippa non era di quelli che se la legano al dito e infatti subito dopo aggiunse: «Sinceramente auguro pieno successo al processo di ricostruzione in corso». E non era una frase d’occasione. L’ex rettore era ben consapevole che, anche grazie a lui, L’Aquila con la nascita dell’Università ha realizzato un duraturo “investimento” basato in origine su capitali in gran parte aquilani (Comune, Provincia, Carispaq). «Dopo circa sessanta anni dalla sua fondazione» sottolineò il professore «tutti considerano l’Ateneo elemento fondamentale dello sviluppo socio-economico e culturale del territorio e, oggi, fattore indispensabile per la ricostruzione e la rinascita della nostra città e della nostra provincia dopo i gravissimi danni subiti a causa del sisma che l’ha colpita e nessuno può mettere in dubbio che i sacrifici sopportati allora dal Comune e dalla Provincia dell’Aquila non abbiano dato risultati positivi». Questa è l’eredità di un uomo a cui la città non può che essere grata per sempre.
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