Scoperto il bar dello spaccio: due arresti

La Procura: «Il titolare intascava 10mila euro al mese e aveva un tenore di vita elevato». Nei guai anche un parrucchiere
MORINO. Il bar era diventato il centro di coordinamento dello spaccio per la Valle Roveto e il rifornimento della droga avveniva da due canali, quello avezzanese e l’altro romano. La gestione era fatta tramite whatsapp, difficile da intercettare. È quanto emerso dall’operazione dei carabinieri. Quattro le misure cautelari nei confronti di due marsicani, un romeno e un uomo di Roma.
GLI ACCUSATI. I provvedimenti, firmati dal giudice per le indagini preliminari, Maria Proia, sono scattati per Stefano Federici, 31anni, titolare di un bar a Morino, ai domiciliari, Roberto Giorgi (35), di Roma, in carcere, Nico Di Loreto (44), parrucchiere di Avezzano, e Ilie Lica Valentin (40), di nazionalità romena ma da tempo residente ad Avezzano, entrambi sottoposti a obbligo di dimora.
L’OPERAZIONE. È iniziata all’alba con la collaborazione dei carabinieri delle province dell’Aquila e di Roma a conclusione di un’indagine coordinata dalla Procura di Avezzano. I carabinieri della compagnia di Tagliacozzo, coordinati dal capitano Silvia Gobbini, hanno dato esecuzione alle ordinanze di misure cautelari nei confronti dei quattro indagati ritenuti responsabili del reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Nell’operazione sono stati sequestrati 20 grammi di cocaina e 20 di marijuana.
LE INDAGINI. Sono state avviate nella primavera del 2018 dopo una serie di segnalazioni arrivate ai carabinieri riguardo a un traffico di sostanze stupefacenti nella Valle Roveto. Gli inquirenti, in considerazione dell’elevato allarme sociale che si era creato a Morino ma anche in altri comuni della Valle Roveto, hanno deciso di avviare un’attività di osservazione e controllo, con perquisizioni ai giovani del posto. In diversi casi è stata trovata della sostanza stupefacente, cocaina o hascisc. Gli accertamenti hanno permesso di indirizzare le indagini sul bar gestito da Federici, secondo gli investigatori divenuto punto di riferimento dei giovani della zona per il rifornimento della droga.
IL BAR. Il gestore del locale, seppur privo di precedenti penali, secondo l’accusa del sostituto procuratore Elisabetta Labanti, titolare del procedimento, «ha mostrato di sapersi muovere con estrema cautela e disinvoltura per eludere ogni tipo di accertamento sull’attività illecita svolta». Il trentenne, favorito dal contesto ambientale in cui ha operato, secondo gli investigatori avrebbe creato una piccola comunità, in cui la presenza di volti e auto sconosciute creavano subito allarmismo.
I FAMILIARI. Secondo la Procura, un ruolo nella vicenda lo avrebbero avuto anche i suoi stretti familiari che lo coadiuvavano con efficienza e lo avvertivano sulla presenza delle forze dell’ordine. Le attività di intercettazione hanno anche permesso agli investigatori di scoprire come gli acquirenti si rivolgessero a utenze telefoniche “dedicate” per stabilire i contatti del successivo smercio di droga.
WHATSAPP. Gli inquirenti, inoltre, hanno sostenuto la «spregiudicatezza e scaltrezza nell’agire, facendo sistematico ricorso a un linguaggio sintetico e criptato», cambiando periodicamente l’utenza telefonica, anche una volta al mese, e utilizzando quasi esclusivamente la piattaforma di messaggeria istantanea whatsapp, il cui contenuto, sia audio che scritto, è di difficile intercettazione. Gli investigatori sono certi di aver smantellato una vera e propria «piazza di spaccio» sulla base di un altrettanto consolidata organizzazione, che assicurava un commercio «continuativo e stabile».
GUADAGNI ELEVATI. Il barista, al fine di soddisfare le richieste dei propri clienti, avrebbe fatto ricorso a diversi canali di approvvigionamento: uno romano e l’altro avezzanese. Il giovane romano, rifornitore di cocaina, era già sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari per spaccio. Secondo l’accusa della Procura di Avezzano, il barista di Morino arrivava a un guadagno di circa 10mila euro mensili che gli avrebbe garantito «un tenore di vita notevolmente superiore rispetto alle possibilità derivanti dai guadagni del bar, con l’acquisto e la ristrutturazione di immobili».
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