"Sei anni senza voi fra rabbia e amarezza"

5 Aprile 2015

Dalla giustizia negata, alle bugie, al vuoto carico di dolore nella lettera che Giustino Parisse indirizza ai suoi figli Domenico e Maria Paola, scomparsi nel sisma del 6 aprile 2009

Ciao ragazzi, quest’anno scrivervi è ancora più dura. L’unica cosa che mi viene in mente è il vuoto dal quale, mancando voi, sono stato circondato dalle 3,32 di quella notte senza alba. Sono passati sei anni dal momento in cui tutto è finito. Mentre al computer butto giù questi pochi pensieri, circondato dai miei libri e dalle vostre foto, fuori è una bella giornata di primavera, come quelle che ci riempivano il cuore. C’è il sole, i prati ormai sono pronti alla nuova stagione, i mandorli e i ciliegi sono in fiore, gli uccellini danzano davanti alla casetta che io e mamma ci siamo ricostruiti.

Heidi, il nostro cagnone abbaia cercando di fiondarsi contro due povere galline che però lo osservano indifferenti e continuano a razzolare sicure dentro il loro pollaio protetto da una rete metallica. Guardo il calendario, oggi è venerdì santo, un altro di quei giorni che non dimenticheremo mai. Dovevamo prepararci alla Pasqua, al pranzo tutti insieme e poi voi di corsa con i vostri amici a passare qualche ora serena fra il luna park di Paganica e una passeggiata sotto i portici. E invece quel venerdì santo le bare con i vostri sogni infranti erano lì, fra altre centinaia, sul piazzale della Guardia di Finanza a Coppito. Stamattina mi sono alzato sul presto, come al solito. Sono venuto da voi.

A Paganica c’è già aria di festa. Le luminarie sono anche sulla strada che porta al cimitero lungo la quale è stata costruita la chiesa provvisoria dedicata agli Angeli Custodi. Dentro la cappellina dove riposate tanti fiori, piccole coccinelle rosse di plastica portate dai vostri amici che, nonostante tutto, non vi dimenticano, e poi le vostre foto dove siete belli e pieni di vita. Sono rimasto poco, non mi abituo al fatto che state lì mentre dovevate essere altrove, a vivere il presente e a cercare il futuro. Vicino a voi c’è anche il nonno, insieme avete condiviso un tragico destino, e io mi chiedo ancora perché non è toccato anche a me, perché sono stato lasciato a piangere e a vivere questo ergastolo di dolore. Pochi giorni fa sono tornato nel luogo dove abbiamo vissuto insieme gli anni più belli delle nostre vite. Mi sono seduto di nuovo sotto quel tiglio che spunta fra l’erbetta del giardino dove avevamo giocato, mangiato un panino, consumato un gelato, sorbito una bibita fresca. Sotto quel tiglio la mattina del sei aprile mi sono seduto affogato nel pianto e nella disperazione.

Quell’albero ora è l’unica cosa che resta di una storia su cui è calato il sipario. Ora vorrei raccontarvi di questo anno che ci lasciamo alle spalle. Potrei parlarvi di sentimenti che mescolano rabbia, amarezza, disillusione, forse rassegnazione. Però per prima cosa vorrei chiedervi ancora una volta, perdono. Perdono per non avervi protetto quella notte e per avervi trascinato nella palude fangosa dove c’è chi presume di fare giustizia. Voi sapete, perché ve l’ho scritto tante volte, che non chiedevo e non chiedo la condanna di nessuno.

Chi in questi anni ha ipotizzato vendette da parte dei parenti delle 309 vittime contro personaggi che rappresentano o hanno rappresentato lo Stato, non sanno di cosa parlano. Io non mi sono tirato indietro nemmeno quando un imputato nel processo cosiddetto Grandi Rischi mi ha dato la mano e abbracciato. Credo che al di là di tutto anche loro, pur senza averlo mai confessato, sono stati vittime di un sistema che si autoassolve e si sollazza con la vanagloria di chi contribuisce a tenerlo a galla. Eppure ho pianto quando la presidente del collegio di Corte d’appello ha letto in aula, in diretta tv, i vostri nomi subito dopo aver assolto gran parte dei componenti della Commissione che il 31 marzo del 2009 venne all’Aquila per dire a tutti di stare tranquilli e che non c’era il rischio di una scossa distruttiva.

Mi sono vergognato di me stesso per avervi messo nella condizione di essere trattati come bambole di pezza con scritto sopra un numero di protocollo. No, voi non meritate tutto questo, meritate almeno un rispettoso silenzio. Ma la cosa che mi ha fatto ancora più male è quando ho visto le motivazioni della sentenza.

Per i giudici il terremoto dell’Aquila non c’è stato, al massimo si è trattato di una scossa alla quale “la città” ha retto, i morti sono stati pochi e la colpa è loro perché erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. E poi (scrivono i giudici), suvvia, basta con la storia della strage di studenti; quelli che non ce l’hanno fatta è perché stavano tutti nella Casa dello studente in via XX Settembre, e che volete farci se quell’edificio è crollato perché lo avevano costruito male. Qui oltre al cinismo gratuito c’è anche una bugia. Nella Casa dello studente sono morti 8 giovani, ma gli universitari che non sono più tornati a casa sono 55. Ecco, io non pretendevo condanne, ma qui si arriva a negare persino l’evidenza. Quella sentenza non cancella solo la decisione del giudice di primo grado, ma rade al suolo la storia.

Siamo poi arrivati al punto che il solito tormentone mediatico ha trasformato tutto il processo in una questione di soldi da avere o da ridare alla Protezione civile. Una vergogna sulla vergogna. Sono stato a lungo tentato di non proporre ulteriore ricorso in Cassazione ma poi l’ho fatto. La battaglia va portata alle estreme conseguenze, anche se è una battaglia persa. Alla fine resterà una sola certezza: le 309 vittime, fra cui voi. Il resto sarà il solito spettacolo da circo con i politicanti in cerca di applausi e voti (dovete vedere ogni qual volta il governo tira fuori qualche euro per la ricostruzione: tutti a salire sul carro di coloro che ne rivendicano i meriti), gente avida di affari, camorre varie a spolpare i resti di una città esangue, furbacchioni che lucrano sull’assistenza alla popolazione, proprietari che si fregano le mani perché col terremoto e nel pieno rispetto della legge si sono rifatti i palazzoni – che già avevano grossi acciacchi ante sisma – coi soldi elargiti a piene mani da Pantalone; e si potrebbe continuare a lungo.

L’Aquila è oggi una sorta di zoo dove si può vedere da vicino tutto il peggio dell’umanità con uomini e donne che credono che arraffare sia l’unica ragione della loro vita. Sì, lo so, forse sto esagerando e magari vi sto annoiando, voi siete certo in una dimensione in cui queste miserie non ci sono. Consideratelo come uno sfogo di chi ha ormai capito che il terremoto non ha insegnato niente a nessuno anzi, come dice il proverbio: l’occasione fa l’uomo ladro. Non vorrei però fare di tutta un’erba un fascio. Come al solito le cose se non precipitano è perché ci sono tanti che si danno da fare e credono nel futuro della città.

Nel nostro paesello, Onna, la chiesa parrocchiale è stata ricostruita, grazie ai soldi della Germania, e sarà presto inaugurata. Spero che venga mantenuto l’impegno a lasciare un segno della tragedia del sei aprile anche nella cappellina “feriale” che sta nascendo dentro l’edificio sacro. Intorno alla chiesa è desolazione. A Onna di cantieri forse non se ne vedranno nemmeno quest’anno. La nostra casa sarà fra le ultime a essere ricostruita. Lo ha deciso il Comune in base a calcoli che a leggerli sembrano essere stati fatti da Einstein: x, y, +, -, equazioni assurde. E alla fine tu poveretto che abiti in una delle tante frazioni del Comune (dove per convenzione ci sono i cafoni di siloniana memoria a servizio dei potentati della città) non hai capito nulla se non che rivedrai casa tua fra vent’anni a meno che non vai a strisciare nelle segrete stanze della politichetta locale che ti farà le solite promesse da marinaio e poi chi vivrà vedrà.

Nella notte fra il cinque e sei aprile ci sarà la fiaccolata lungo le vie dell’Aquila. Il Comune quest’anno si è fatto bello anche sul ricordo straziante di chi non c’è più. Megaconferenza stampa con tanto di depliant con programma e lamentazioni d’occasione. L’avevo “profetizzato” un paio di anni fa. Presto il sei aprile diventerà una seconda Perdonanza e vedrete che prima o poi spunteranno le ballerine in piazza. Intanto, non si riescono a trovare i soldi per realizzare un luogo dove commemorare le vittime. Ci ha dovuto pensare la diocesi aquilana con una cappella nella chiesa delle Anime Sante, quella chiesa che fu realizzata alla memoria delle decine di migliaia di persone che persero la vita a causa del terremoto del 1703.

Vorrei chiudere gli occhi e non guardare più l’oltraggio che si consuma ogni giorno verso di voi. Sul mio computer c’è una vostra foto. Ogni volta che lo accendo siete lì a darmi il buongiorno o il saluto serale. Poche settimane fa, in una delle tante notti passate in bianco, intorno all’una ho sentito un rumore provenire da fuori casa.

Mi sono alzato dal letto e da dietro la finestra ho visto una volpe che mangiucchiava un qualcosa caduto per caso sull’erba. Sono stato lì a guardarla per un po’ e mi sono ricordato quando, voi fuori a giocare, vi osservavo felici e io lo ero con voi. Per un attimo ho sorriso, forse il primo vero sorriso in sei anni. Quando la volpe ha sentito che stavo aprendo la finestra è scappata via, svanendo nella notte. Come voi quel maledetto sei aprile 2009. Ma io sono qui, ancora qui e non dimentico. Aiutatemi ad andare avanti fin quando tornerò con voi per sempre. Ciao Domenico, ciao Maria Paola. Al prossimo anno.

Papà.