Sentenza choc, il Comune ricorre: «Un evidente errore nel verdetto»

27 Ottobre 2022

La giunta impugna il pronunciamento della giudice Croci sul crollo del palazzo di via Campo di Fossa Il motivo: esclusione dal concorso di colpa, ma condannati a sborsare tredicimila euro di spese legali

L’AQUILA. «Evidente errore nel verdetto»: così anche il Comune dell’Aquila impugna la sentenza choc della giudice Monica Croci. Non saranno quindi solo i familiari delle vittime a fare ricorso in Appello contro il verdetto civile che assegna il concorso di colpa del 30% per la loro stessa morte a tre giovani che, nella tragica notte del 6 aprile 2009, hanno perso la vita nel crollo della palazzina al civico 6/B di via Campo di Fossa.
La decisione l’ha presa la giunta comunale del sindaco Pierluigi Biondi con una delibera approvata e pubblicata nei giorni scorsi, che dà mandato legale per preparare e presentare il ricorso. Questo, perché il municipio è stato condannato a ripagare 13mila euro di spese legali.
Spiega la stessa delibera di giunta: «Con la sentenza, il tribunale ordinario dell’Aquila ha escluso ogni responsabilità del Comune nella serie causale che portò al disastroso crollo dell’edificio condominiale di via Campo di Fossa 6/B. Il tribunale è invece incorso in un evidente errore nell’addebitare al Comune le spese di difesa degli eredi dell’ingegnere Salvatore Cimino, progettista dell’edificio crollato, sul quale il medesimo tribunale ha fatto gravare la grave carenza del progetto strutturale e della relazione di calcolo». E infine: «È necessario pertanto impugnare il provvedimento in oggetto al fine di tutelare gli interessi dell’ente comunale».
NO AL CONCORSO DI COLPA
DEL MUNICIPIO
Il Comune dell’Aquila era stato chiamato in causa dai familiari delle vittime per aver rilasciato nel 1964 il certificato di abitabilità della palazzina crollata. Le perizie tecniche hanno infatti rivelato errori nella fase di costruzione e difformità progettuali, oltre al mancato rispetto delle norme antisismiche allora in vigore. Ma il Comune, difeso dall’avvocato (e dirigente del municipio) Domenico De Nardis, ha senza dubbio vinto la causa, uscendone senza alcun concorso di colpa e quindi senza dover risarcire i familiari delle vittime.
«Vanno respinte le domande attore verso il Comune ll’Aquila, posto che a detto ente prevede un controllo meramente formale circa l'esistenza delle autorizzazioni di competenza di Genio civile e prefettura», scrive infatti la giudice nella sentenza, «non si ravvisa una omissione rilevante nel rilascio del certificato in questione». Questo, a differenza dei ministeri delle Infrastrutture e dell’Interno, a cui la giudice Croci ha assegnato il complessivo 30% di responsabilità per la morte delle tre vittime per i mancati controlli di Genio civile e prefettura nella realizzazione della palazzina crollata.
LA CONDANNA
ALLE SPESE LEGALI

Nonostante al Comune non assegni nessuna responsabilità nella morte dei tre giovani, la sentenza obbliga però l’ente a intaccare le casse comunali, rischiando anche di provocare un precedente per altri possibili pronunciamenti legali. Il tribunale «condanna il Comune di L’Aquila alla rifusione delle spese di lite in favore degli eredi Cimino, che liquida in euro 13.430 per compenso ed accessori di legge», si legge nella sentenza della giudice Croci.
Ma perché il Comune deve pagare? Perché lo stesso municipio aveva chiamato in causa gli eredi del progettista, «contestando la configurabilità di una responsabilità per il crollo, osservando che le verifiche demandate all’ente comunale ai fini del rilascio del certificato di abitabilità avevano carattere prettamente urbanistico e/o igienico sanitario, ma nulla che attenesse alla stabilità e idoneità costruttiva dell'edificio; deduceva inoltre come la responsabilità per il crollo dovesse imputarsi alla condotta del tecnico progettista ed autore del calcoli dell'edificio», come si legge all’inizio della sentenza, che poi condanna il Comune «non essendo la chiamata (degli eredi del progettista, ndr) connotata da manifesta negligenza».
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