Sferrò due coltellate all’ex moglie La Cassazione conferma: 16 anni

Resta in carcere il 54enne albanese che nel 2021 cercò di uccidere la donna con un pugnale da caccia Per la Corte inammissibile il ricorso della difesa. L’uomo venne disarmato dal figlio, che rimase ferito
SULMONA. Sedici anni di reclusione all’albanese di 54 anni Aliko Hysen che aveva tentato di uccidere l’ex moglie con un pugnale da caccia. A confermare la sentenza è stata la Corte di Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’uomo. La pena, inflitta lo scorso anno dal tribunale di Sulmona e confermata in appello, è diventata definitiva. La vicenda si verificò in un quartiere di Sulmona il 29 luglio 2021. Marito e moglie si erano separati da un anno ma lui non ne voleva sapere. Non aveva mai accettato la fine della relazione coniugale. Così quella sera aspettò la sua ex sotto casa, per poi aggredirla colpendola con due fendenti al fianco sinistro. A evitare che la donna morisse sotto i colpi del marito intervenne il figlio maggiorenne della coppia, richiamato dalle urla della madre, che riuscì a disarmare il padre. Nel tentativo di bloccarlo, il giovane rimase ferito a una mano e per lui si resero necessarie le cure mediche del pronto soccorso dell’ospedale di Sulmona. Subito dopo intervenne una volante della polizia, che arrestò il 54enne, mentre la donna fu ricoverata in condizioni gravissime nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale, dove restò lottando tra la vita e la morte, per essere poi sottoposta anche a un lungo e delicato intervento chirurgico.
In primo grado, il 14 febbraio 2023, era arrivata la prima condanna da parte del Tribunale di Sulmona a 16 anni di reclusione. A settembre dello scorso anno la sentenza fu confermata dai giudici della Corte d’Appello dell’Aquila. L’ultimo atto in Cassazione, dove il ricorso presentato dall’uomo è stato ritenuto inammissibile. Dalla sera del tentato femminicidio, l’albanese si trova dietro le sbarre. In aula aveva chiesto scusa per quelle pugnalate inferte alla sua ex, ma dovrà scontare in carcere la pena residua, ovvero altri tredici anni.
La vittima è stata assistita dall’avvocato, Maurizia Lina Sciuba, che ha ottenuto la provvisionale di 85.000 euro, di cui 50.000 per la donna e 35.000 (25.000 e 10.000) per i due figli minori.
«Con la pronuncia della Cassazione si conclude un percorso processuale che, in relazione al profilo penalistico di questa drammatica vicenda, ha esaurito la sua funzione nella definitiva affermazione di responsabilità dell’imputato», commenta l’avvocato Sciuba, sottolineando pure che «questa condanna non è una vittoria né una rivincita, ma può e deve essere l’occasione per rinnovare un’urgente riflessione sulla fenomenologia di una violenza subdola e sulla necessità di elaborare risposte culturali adeguate, in grado di rifiutare paradigmi di pensiero e comportamentali meschini, che mortificano la donna fino a tollerarne il sacrificio».
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