Si uccide per vergogna

21 Dicembre 2016

L’impiegato era coinvolto nell’inchiesta sull’assenteismo in Comune

SULMONA. Si è ucciso per la vergogna. Il suo nome, finito nelle carte dell’inchiesta sull’assenteismo a Palazzo San Francesco, era diventato un peso troppo grande da sopportare. Così all’alba di ieri Luigi Paolini, 60 anni, impiegato in municipio, è sceso in garage mentre i familiari dormivano e ha compiuto un gesto disperato ed estremo.

Non era un furbetto del cartellino, non se ne andava in giro a fare la spesa. All’uomo venivano contestati alcuni favori fatti alla capoufficio: avrebbe timbrato al suo posto.

A trovare il corpo senza vita del 60enne è stato uno dei due figli quando è sceso a prendere l’auto per andare al lavoro. Inutili i tentativi di rianimarlo e le richieste di aiuto. Sul posto gli agenti della squadra anticrimine del commissariato di Sulmona.

I poliziotti hanno raccolto le testimonianze dei familiari dell’uomo e in particolare della moglie, Maddalena Pisacane.

La donna ha raccontato che il marito era molto turbato negli ultimi giorni, continuava a leggere le carte dell’inchiesta che lo riguardavano, ma nulla lasciava presagire il dramma. L’altra sera aveva cenato ed era andato a dormire. Ma prima aveva ricevuto alcune telefonate: gli inquirenti stanno cercando di capire chi è la persona con la quale ha parlato e se il colloquio potrebbe avere influito con quanto accaduto poche ore dopo. In garage e nelle altre stanze dell’abitazione di via Torta non sono stati trovati biglietti che spiegano il gesto estremo.

Paolini negli ultimi giorni stava andando regolarmente al lavoro. Era un dipendente dell’Ufficio statistiche a Palazzo San Francesco, ma in passato aveva svolto anche mansioni da operaio.

Il 60enne è rimasto coinvolto nell’inchiesta della Finanza che vede sotto accusa 49 dipendenti del municipio, di cui cinque lavoratori delle cooperative che svolgono servizi per conto del Comune. Alcuni comportamenti illeciti sono stati filmati con delle telecamere nascoste.

A venticinque impiegati, tra i quali Paolini, la Corte dei Conti dell’Aquila ha contestato, nei giorni scorsi, il danno erariale.

All’uomo sono state addebitate nove timbrature fatte per conto della sua dirigente – dal 18 febbraio al 6 aprile 2016 – per un danno di 55,14 euro, a cui il sostituto procuratore della magistratura contabile titolare dell’indagine ha aggiunto la richiesta di altri 15mila euro per il danno all’immagine. Un uso improprio del badge per un favore fatto alla capoufficio, dunque, e non un assenteista. Ma tanto è bastato per portare Paolini a compiere il gesto disperato.

Secondo gli investigatori, anche alla luce delle dichiarazioni raccolte fra parenti e colleghi, al momento sono da escludere altre motivazioni.

Il procuratore Giuseppe Bellelli ha aperto un’inchiesta, al momento contro ignoti, e ha dato disposizioni perché si faccia chiarezza sulle fughe di notizie avvenute in questi giorni, sfociate in episodi di tensione in municipio nei confronti di alcuni giornalisti.

«Era un uomo ligio al dovere, non ha fatto niente, non era un furbetto del cartellino», affermano alcuni vicini di casa, «non ha retto alla vergogna e non si è potuto difendere agli occhi del popolo. Quel popolo che nei giorni scorsi si è scatenato sui social nei confronti delle persone coinvolte nelle indagini sull’assenteismo. Questa storia deve fare riflettere».

La salma dell’uomo è stata riconsegnata ai familiari e la camera ardente è stata allestita nell’obitorio dell’ospedale dell’Annunziata. Da ieri un via vai di parenti e amici per porgere l’ultimo saluto. Poche parole e tante lacrime.

I funerali di Paolini vengono celebrati oggi alle 15 nella chiesa di San Panfilo.

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