Sisma 2017, l’orologio è ancora fermo

20 Gennaio 2019

Cittadini e amministratori in trincea tra mancata ricostruzione, sfiducia nelle istituzioni e spopolamento inesorabile

MONTEREALE. Due anni dopo le scosse del gennaio 2017, che hanno riaperto vecchie ferite e ne hanno provocato di nuove e ancor più profonde, l’Alta Valle dell’Aterno – in particolare i tre comuni di Montereale, Campotosto e Capitignano – è in trincea. La parola d’ordine, per coloro che hanno deciso di rimanere (e per fortuna sono tanti), è resistere. I terremoti (2009, 2016 e 2017) per quest’area sono stati una sorta di Caporetto e ora, come nella Grande guerra, si sta sulla linea del Piave per tentare di arginare il nemico e in attesa di tempi migliori. E il nemico si chiama mancata ricostruzione, sfiducia nelle istituzioni, spopolamento, turismo in affanno e quindi mancanza di lavoro e di occasioni di crescita per le giovani generazioni. Resistere, sperando che prima o poi anche da queste parti qualcosa di buono accada e che in tempi brevi questi borghi tornino a essere cuore pulsante di un angolo d’Abruzzo che ha pochi uguali per qualità della vita, bellezze ambientali, luoghi fascinosi, storie e tradizioni legate a una religiosità popolare che ispira riti ed eventi unici.
MONTEREALE D’INVERNO. Giungere a Montereale in un giorno d’inverno, con la neve lungo i bordi delle strade e una pioggia incessante, fa un po’ tristezza. Montereale (come altri Comuni dell’Aquilano) ha un centro e una miriade di “satelliti” che sono le sue frazioni, più di 30. Qualcuna è al confine con il Lazio – a pochi chilometri da Amatrice, distrutta dal sisma dell’agosto 2016 – e in cui abitano ormai pochissime persone. Questa è stata terra di emigrazione soprattutto verso Roma. La forza economica di chi è rimasto è stata dovuta al fatto che chi se n’è andato per cercare lavoro altrove non ha dimenticato il paese dove è nato e in primavera-estate i borghi si sono sempre rianimati. Durante le tante feste patronali, le stradine, i vicoli e le piazze pullulavano di gente che nelle sue radici ritrovava vigore e spirito per tornare poi al lavoro nella grande e “anonima” città. Oggi tutto questo è a rischio. E non è solo un problema di prime case.
SECONDE CASE. La mancata ricostruzione delle seconde case, nell’Alta Valle dell’Aterno, non è un lusso come potrebbe essere, per esempio, all’Aquila. Qui significa poter tornare a passare le vacanze, rivedere gli amici, i parenti e i conoscenti. E perché no, se c’è l’occasione giusta, reinsediarsi definitivamente. «Se la ricostruzione non sarà rapida», dice Nando Giammarini, nato a Cabbia di Montereale e da anni a Roma, «le giovani generazioni non torneranno più nel paese dei loro genitori e dei loro nonni e fra vent’anni quel paese se lo saranno persino dimenticato. A quel punto lo spopolamento sarà non più arginabile».
SINDACI IN TRINCEA. In questi posti, che sembrano lontani dal capoluogo di Regione, ma in realtà ci si arriva in 15-20 minuti di macchina, i “generali Diaz” sono i sindaci. Il primo cittadino di Montereale, Massimiliano Giorgi, è per molte ore al giorno nella sede del suo Comune, una struttura nuova realizzata da poco. L’edificio che storicamente ospitava il municipio è inagibile, come inagibili sono la gran parte dei luoghi di culto. Giorgi di professione fa il poliziotto. È un uomo dello Stato, non lo sentirete mai attaccare a testa bassa le istituzioni eppure si vede che è amareggiato. Molto. Dopo il terremoto del 2009 qualcosa si era mosso. Si era messa mano alle case meno danneggiate, qualche lavoro più consistente stava per iniziare. Poi le scosse del 2016 e 2017. A quel punto il dramma totale. Invece di trovare una strada per accelerare e dare risposte immediate tutto si è “incartato”. Doppio cratere, doppie perizie, norme contrastanti fra di loro, burocrati sempre più alla ricerca del cavillo. Insomma, un inferno. Il sindaco Giorgi guarda in faccia il cronista e dice: «È tutto fermo, da due anni a questa parte non è partito un cantiere. Ma c’è di più, i sindaci, nelle norme del nuovo cratere 2016-2017, sono stati persino emarginati dai tavoli dove si prendono le decisioni. E ogni giorno c’è la fila davanti alla mia porta di chi chiede lavoro, la ricostruzione della casa, in poche parole mi chiede una speranza». Si ferma il sindaco, ma è come se volesse aggiungere: io miracoli non ne posso fare. Qui di Map non ce ne sono moltissimi perché in tanti hanno deciso di accettare un alloggio all’Aquila dove lavorano e ci sono le scuole per i figli. Quelle persone torneranno, certo, ma solo quando potranno rientrare in un’abitazione sicura e in un borgo che abbia riacquistato un minimo di normalità. Per fortuna i servizi essenziali ancora funzionano se pur tra mille difficoltà, ma se non verrà invertita la rotta anche quelli saranno sempre più a rischio. Resistere. Oggi nell’Alta Valle dell’Aterno non si può fare altro. Gli abruzzesi di queste parti più che “Forti e Gentili” sono “Forti e Pazienti”. Ma come è noto anche la pazienza ha un limite. È urgente dare risposte concrete. Qui c’è voglia di ripartire e disegnare il futuro. Futuro che però oggi appare avvolto nell’ombra di un pericoloso immobilismo.
L’AQUILA AL CENTRO. Dei problemi della ricostruzione di Montereale e degli altri comuni dell’Alta Valle dell'Aterno si parlerà domani sera, lunedì, alle 20,30 su Rete 8 nella trasmissione “L'Aquila al Centro”.
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