SULMONA
All’origine di questa storia senza senso c’è un lungo contenzioso tra i genitori delle sorelline, alle prese con una devastante separazione. Contenzioso sfociato in una sentenza del tribunale civile di Cassino, dello scorso 28 maggio. Decisione giudiziaria, appena otto giorni prima della misteriosa scomparsa (nella notte tra sabato 6 e domenica 7 giugno), che per gli inquirenti ha fatto deflagare la situazione. Le due si trovavano nella comunità educativa Hope in via Colle Pizzuto a Civitella Alfedena da circa due anni. Per altri cinque anni erano state invece accolte in altre case famiglia della Penisola, involontarie vittime delle innumerevoli divergenze tra papà Stefano Di Giacinto e mamma Valentina D’Acunto.
Quasi una vita intera senza genitori, dunque.
I giudici del Palazzo di giustizia di Cassino hanno ampiamente motivato la decadenza della responsabilità genitoriale alla madre delle sorelline di Scauri, frazione di Minturno (Latina), sospendendo invece quella dell’ex marito Stefano. Quest’ultimo avrebbe quindi potuto riabbracciare e accogliere le due figlie, secondo i giudici ciociari.
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«Valentina D’Acunto» scrivono i magistrati nel provvedimento del 28 maggio scorso «ha mostrato di non comprendere la grave sofferenza delle figlie e i danni prodotti con la sua condotta, (...) con ciò di fatto privando le figlie della figura genitoriale paterna. In particolare la signora ha dimostrato (...) di non essere in grado di recuperare le competenze di genitore necessarie per garantire alle figlie una crescita sana ed equilibrata».
Pochi giorni prima che le bambine sparissero, dunque, i giudici ritenevano inappropriata la figura genitoriale della donna. Avrebbe fatto di tutto per allontanare le figlie dal papà. Accusandolo anche di maltrattamenti domestici. Così i giudici hanno deciso sulla decadenza. In particolare, nella sentenza vengono ricordati due episodi ritenuti fondamentali: «Nell’ottobre del 2024 la D’Acunto si era recata presso la comunità dove si trovavano le figlie, sebbene non autorizzata, viaggiando in autobus con una di loro sia all’andata che al ritorno, chiedendo ad altra minore ospite della Comunità di poter utilizzare il suo telefono per comunicare con la figlia». Ancora più grave il secondo episodio, sempre stando a quanto sostenuto dai giudici: «Qualche mese dopo, il 30 aprile 2025 nella Comunità viene rinvenuto un documento manoscritto contenente uno schema di conversazione telefonica “tipo” con la madre. L’autore dello scritto intende suggerire alla ragazzina le risposte da dare alle domande della madre per persuadere gli osservatori che le ragioni del rifiuto di incontrare il padre fossero fondate».
I due fatti descritti i hanno imposto ai giudici del tribunale di Cassino di concludere come «D’Acunto ha messo in atto condotte contrarie all’interesse delle minori e alla ricostruzione del rapporto padre-figlie (...). La madre ha dimostrato nel corso degli anni una pervicace opposizione alla ripresa di rapporti tra le minori e il padre, con atteggiamenti manipolativi e condizionanti sulle minori ormai strette in un rapporto di lealtà con la madre».
Pertanto per il tribunale «la genitorialità gestita dalla D’Acunto non è assolutamente (...) funzionale ai bisogni delle bambine».
Ancora il tribunale, sempre nella sentenza emessa otto giorni prima della sparizione: «D’Acunto attraverso uno stile comunicativo oppositivo-provocatorio, rifiuta gli incontri delle bambine con il padre, mettendo in movimento un reale allontanamento, anche emotivo delle bambine nei confronti del loro papà». I giudici infine evidenziano come «non risulti possibile affidare le minori a familiari del ramo materno poiché coinvolti nelle condotte messe in atto dalla D’Acunto».
Fatti che confermerebbero come la donna abbia potuto godere di importanti aiuti anche in questi giorni in cui le sorelline sono rimaste chiuse nell’abitazione dell’80enne di Formia. Proprio sul punto sono in corso indagini approfondite perché il procuratore di Sulmona ritiene che altri familiari abbiano partecipato alla fuga dalla casa famiglia di Civitella Alfedena e alle operazioni di custodia nella casa di Maria Sofia Di Russo in via San Giuseppe Lavoratore a Formia.
Per chiudere i giudici revocano la sospensione della responsabilità genitoriale nei confronti del padre, ma allo stesso tempo osservano come le ultime relazioni acquisite abbiano evidenziato come il padre abbia manifestato «incapacità di accettare i tempi necessari al riavvicinamento graduale con le figlie, rifiutando di collaborare con i percorsi terapeutici individuali prescritti e mostrando da ultimo un atteggiamento accusatorio verso gli operatori dei servizi sociali».
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