Spaccio, debiti e contrasti Il movente va cercato qui

5 Febbraio 2021

La casetta di campagna dell’operaio ucciso era la centrale della marijuana

L’AQUILA. Le indagini che hanno portato all’arresto di Gianmarco Paolucci, 25 anni, accusato di aver ucciso il 55enne Paolo D’Amico aprono uno squarcio su un sottobosco fatto di micro-spaccio di droga e piccoli raggiri. Un sottobosco che non emerge quasi mai alla luce del sole se non quando fa da “premessa” a più gravi reati. E anche L’Aquila non ne è affatto immune. Anzi. La casa di via Colle Toma fra San Gregorio e San Demetrio, isolata, protetta da occhi indiscreti (d’estate la boscaglia la rende invisibile anche dalla strada sottostante) dove abitava D’Amico – che secondo la Procura è stato ucciso a colpi di scalpello e martello dal 25enne che lavorava come macellaio – era una sorta di discount per quella che viene spesso definita la droga dei poveri: la marijuana. Paolo D’Amico aveva forse scelto quel terreno di un paio di migliaia di metri quadrati nella “terra di mezzo” proprio per poter coltivare tranquillamente le piante da cui poi ricavare la sostanza.
NOVE CHILI. Nel garage in cui è stato ucciso, i carabinieri il 24 novembre 2019 (giorno in cui fu rinvenuto dal fratello il corpo senza vita dell’operaio dell’Asm di 55 anni) trovarono 9 chilogrammi di marijuana “utili a confezionare 9.500 dosi” si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Dagli accertamenti successivi (in particolare dall’esame dei tabulati telefonici) è venuto fuori che l’operaio Asm, uomo definito solitario e dalla vita molto riservata, aveva una “clientela” di un centinaio di persone e utilizzava allo scopo due telefoni cellulari da cui sono emersi i contatti (i carabinieri hanno sentito tutti i presunti clienti soprattutto all’inizio dell’inchiesta tanto che il fascicolo conta quasi mille pagine). Molti di questi “clienti” avevano “posizioni debitorie nei confronti della vittima”. È possibile che fra queste ci fosse anche il ragazzo accusato di omicidio e che la discussione fra i due, finita in tragedia, possa essere nata proprio su questo. Ma per ora è solo un’ipotesi.
CONTI E DEBITI. Le indagini per cercare di capire quale possa essere il movente dell’omicidio hanno scavato anche nei conti della vittima ed è venuto fuori che con molta probabilità le cessioni fruttavano cifre non certo milionarie, ma che integravano bene il modesto salario da operaio. Dagli atti risulta che lo stipendio di D’Amico ammontava in media a 850 euro. Dai movimenti bancari è emersa una “consistente esposizione a cui D’Amico faceva fronte certamente attraverso gli illeciti profitti”. Infatti, con un’entrata lecita mensile di 850 euro, doveva pagare ogni 30 giorni una rata di oltre 600 euro per un mutuo fondiario, 280 euro sempre al mese per “un diverso finanziamento” e inoltre sullo stipendio aveva una trattenuta di oltre 300 euro a titolo di cessione del quinto dello stipendio. Nella perquisizione della casa di via Colle Toma spuntò anche una “scatolina” con dentro 2.500 euro in contanti che gli investigatori ritengono frutto dello spaccio. Per questo, si legge ancora nell’ordinanza di custodia a carico di Paolucci, “sin da subito si è ritenuto che l’omicidio si fosse consumato a cagione delle vicende relative allo stupefacente detenuto o ai crediti maturati nei confronti di taluni acquirenti”. Quindi lo spettro dei potenziali “assassini” all’inizio era molto ampio e quasi tutti i “clienti” di D’Amico sono stati sottoposti al test Dna. Su Paolucci l’attenzione investigativa era stata maggiore perché fu accertato quasi subito che l’attuale indagato, sentito come testimone “informato sui fatti”, aveva detto una bugia (almeno così ritiene la Procura) rispetto al luogo in cui aveva passato il pomeriggio di venerdì 22 novembre 2019 (in particolare fra le 16 e le 19,30, orario in cui viene collocato l’omicidio). Lui disse di essere stato a casa della madre a Bagno Piccolo, dove la donna pare abitasse ancora prima di trasferirsi a Onna all’inizio di dicembre 2019. La cella telefonica agganciata dal telefono di Paolucci fu quella di località Varranoni di Poggio Picenze che è la stessa cella che aggancia i telefoni che sono in via Colle Toma. Poi i carabinieri si insospettirono parecchio per il fatto che il ragazzo il giorno di Natale del 2019, qualche giorno dopo essere stato ascoltato come testimone “dismetteva il proprio cellulare Galaxy S7 in uso all’epoca dei fatti”. I sospetti aumentarono quando il 30 novembre 2020 l’attuale indagato si rifiutò di fare il test del Dna tanto che i carabinieri a metà dicembre 2020, in un “normale” controllo stradale, lo fermarono e gli fecero fare l’alcotest per ottenere materiale utile per trovare il profilo del suo Dna.
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