Stop all’autonoma sistemazione. Pronto il ricorso ai giudici del Tar

Il comitato: «Faremo annullare la delibera comunale che offende la dignità delle persone» Gli assistiti ritengono che ci siano ancora parecchi milioni in cassa per prorogare il contributo
L’AQUILA. Maria Cristina Cucchiarelli aveva una casa in via Francia, distrutta dal sisma insieme a molte altre. È stata abbattuta per poi essere ricostruita. Dovrebbe ricostruirla una ditta che nel frattempo è fallita. Con ogni buona speranza, la signora Cristina vedrà ricostruita la sua casa tra alcuni anni. Nel frattempo, però, si è trovata un appartamento in affitto a Santa Barbara, che paga a fine mese con il Contributo per l’autonoma sistemazione (Cas) che da domani il Comune non erogherà più. È una storia tra le 450 vicende di famiglie aquilane che da domattina dovrebbero lasciare qualsiasi abitazione in affitto concordato, fondo immobiliare, o rinunciare al Cas per andare in un alloggio delle new town.
A stabilirlo è una delibera del febbraio scorso del Comune, con cui viene stabilito che per rispettare la via della razionalizzazione delle spese (su cui i vari governi hanno sin qui sempre insistito) tutte le forme onerose di assistenza per le casse dello Stato dovranno cessare. Ma tra la freddezza di una delibera e l’obiettività dei numeri e dei dati, ci sono in mezzo centinaia di storie con piccole e grandi difficoltà. Per questo motivo, contro la delibera «forzosa e illegale», il comitato dei cittadini farà ricorso al Tar.
Carte già quasi pronte, preparate dall’avvocato Fausto Corti che nella vicenda è anche parte in causa in quanto riceve il Cas. «Io posso permettermi di affrontare le spese di un ennesimo cambiamento nella mia vita», ha spiegato ieri mattina in una conferenza stampa tenuta con i cittadini del comitato ai tavolini dello chalet della villa comunale, «ma tante persone non hanno la mia stessa fortuna. Nemmeno uno strozzino darebbe soltanto 30 giorni di preavviso a delle persone per lasciare le loro case».
«Per la mia casa ci vorranno sette anni secondo quanto si dice nel cronoprogramma», ha tuonato qualcuno dal folto gruppo di cittadini. «È una delibera che offende la dignità delle persone», ha insistito Corti, «in cui le esigenze finanziarie del Comune prevalgono sulle necessità umane». E questa è la premessa metodologica da cui l’avvocato, supportato dal portavoce del comitato Antonietta Centofanti, è partito per smontare la delibera del Comune. «Con l’ultima delibera Cipe al Comune sono stati assegnati 62 milioni dal 2013 in poi, per l’assistenza alla popolazione. In un paio di anni sono stati ridotti i costi da 15 a 3 milioni. Vale lo stesso per il fondo immobiliare: si è scesi da 140mila euro del gennaio 2014 a 60mila euro. Il Comune ha 53 milioni circa per l’autonoma sistemazione», ha aggiunto l’avvocato, «dei quali sono stati spesi solo una trentina di milioni». Corti annuncia l’intenzione d’investire del caso anche la Corte dei Conti.
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