STORIE da non dimenticare

AVEZZANO. Nella Marsica ci sono due alpini sopravvissuti alla tragica campagna di Russia. Sono Francesco Colizza, ex sergente della Julia, 96 anni, di Avezzano, e Vincenzo Rossi (95), di Scurcola....
AVEZZANO. Nella Marsica ci sono due alpini sopravvissuti alla tragica campagna di Russia. Sono Francesco Colizza, ex sergente della Julia, 96 anni, di Avezzano, e Vincenzo Rossi (95), di Scurcola. «Partimmo da Udine», racconta Colizza, che dimostra una straordinaria lucidità mentale, «i primi di luglio del ‘42. Fino a novembre con i russi ci furono solo delle scaramucce. Poi iniziarono ad attaccarci. Una notte la sentinella di guardia si addormentò. Sorpreso da un ufficiale, fu fatto rapporto sia a lui che a me, in quanto caposquadra. Mi fu ordinato di recarmi, insieme alla sentinella, a Popowka, dove c’era il Comando. Qui appresi che i russi erano passati con i carri armati sulle nostre postazioni seppellendo vivi tutti i miei compagni. Mi ero salvato per una punizione».
«Verso la metà di dicembre, i russi riuscirono a sfondare sul Don il fronte difeso dalle nostre divisioni di fanteria. A turare la falla fu inviato il Battaglione L’Aquila, della Julia. Si combattè per un mese. Ma gli alpini non cedettero di un palmo le loro posizioni, fino all’ordine di ritirarsi».
«Lasciata Popowka», prosegue, «giungemmo a Olichowtka, dove trovammo una decina di camion. Salii su uno di essi. La colonna, però, fu attaccata dai caccia russi. Sceso dal camion, insieme a un commilitone, mi diressi verso un’isba. Era occupata da altri militari. Accanto all’isba c’era un porcile: mi tolsi le scarpe, avvolsi i piedi in una coperta e mi addormentai. Quando mi svegliai, mi ritrovai da solo e senza scarpe. Nell’isba, seduto in un angolo, era rimasto un alpino moribondo. Gli sfilai gli scarponi e me li infilai, Tanto a lui non sarebbero più serviti. Mi andavano stretti. Ma era meglio che camminare scalzo nella neve. Proseguendo il cammino, nella bufera, a un crocevia, incontrai un gruppo di militari e mi unii a loro. Raggiunto un piccolo villaggio abbandonato, ci rifugiammo in una baracca. Ma fummo fatti prigionieri dai russi e rinchiusi in una dacia isolata. La sera, eludendo la sorveglianza di due sentinelle mongole, fuggimmo».
«Giunti a Warwarowka, bussai a un’isba, in cerca di cibo; mi aprì una donna. Mi accolse con gentilezza, ma mi disse che non aveva niente da darmi: Niemà klieba, niemà klieba: niente pane, niente pane. Riuscii a racimolare solo una manciata di semi di girasole. Ci rimettemmo in marcia. Verso le due di notte, trovammo il passo sbarrato da un fiume. Se non l’avessimo attraversato, saremmo stati fatti prigionieri. Un tenente, che era con noi, intendeva seguirne il corso fino a un centro abitato, dove avremmo trovato un ponte. Del gruppo faceva parte anche un colonnello, che propose di dirigerci verso Waluiki. “Signor colonnello”, obiettò il tenente, “lei sa che a Waluiki ci sono i russi, se vuole darsi prigioniero, vada pure. Io vado per la mia strada”. Lo seguimmo tutti, compreso il colonnello, al quale uno di noi assestò un calcio nel sedere. Un gesto impensabile in situazioni normali. Un giorno un alpino, impazzito, superò la fila, dicendo che più avanti c’era la sua vigna. Non lo rivedemmo più. Più volte, vedendo passare dei camion tedeschi, tentammo di aggrapparci, ma venivamo colpiti col calcio del fucile sul dorso della mano: “Italiani raus”. Un giorno io e un mio compagno, Raffaele Gala, di Foggia, notando un’isba, andammo a bussare. Ci aprì la porta una donna anziana. Con lei c’era un bambino. Chiesi del pane, ma la donna mi rispose che non lo aveva. Aveva però una mucca. Riempì una ciotola di latte e ce lo diede, insieme a delle patate. Verso sera, riprendemmo il cammino. Fatti pochi passi, dietro di me sentii il pianto del bambino che ci seguiva, dicendo: “Balalaika, balalaika”. Capii allora che il mio compagno gli aveva rubato l’armonica a bocca, che avevo notato sulla mensola della casa. Gala cercò di negare. Ma, perquisendolo, gli trovai l’armonica in una tasca. E la restituii al bambino, rendendolo felice. Alla fine giungemmo a Leopoli. Ero fuori dall’inferno».
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