Sul tetto degli Appennini in cerca di spiritualità

È qui che San Giovanni Paolo II veniva a riposarsi ogni volta che poteva Disse: «Guardando questi monti ci sembra quasi di toccare il cielo»
In viaggio nei luoghi e nei tempi di un grande personaggio. Sulle vette del Gran Sasso d'Italia. "Guardando le cime dei monti - ha scritto in un suo discorso san Giovanni Paolo II - si ha l'impressione che la terra si proietti verso l'alto, quasi a voler toccare il cielo. In tale slancio l'uomo sente, in qualche modo, la sua ansia di trascendenza e di infinito", ma anche di confessione, aggiungiamo, ammissione, tentativo di purificazione che ha cercato un uomo nella sua prima ascesa verso cima Wojtyla ( quota 2424) appartenente alla cordigliera delle Malecoste, prima barriera calcarea con dietro il gruppo trivettale di Corno Grande e Corno Piccolo. Parole scritte in un foglio lasciato sotto una pietra, ma prima, il corpo chino e il biglietto appoggiato sulle ginocchia, meditate e laceranti le parole poiché la montagna le potesse custodire, un sigillo sulla cima è forse quello che cercava, raggiunta dopo molte ore per "segnare" il suo tempo davanti ad uno spettacolo unico del pantheon delle cime che si alzano nella più importante dorsale frastagliata di rocce appenniniche. Scrive a Gesù Bambino e nella calligrafia incerta e veloce, propone e vuole un patto radicale, un cambiamento della sua vita, misera. Ha trascorso, quell'uomo, un passato nella più totale dissoluzione, schiavo del male, servitore dell'egoismo e del demonio, del materialismo e della falsa testimonianza, annota. Ha praticato l'inganno, ha servito solo se stesso, con il vuoto nel cuore e la solitudine nell'anima, continua il testo. Poi rivolge un'invocazione: chiede come possa essere utile, servire con lealtà, trasformare il suo cuore avvelenato. Non ha più volontà per cambiare lo stato delle cose in questa società dove è stato un protagonista del male. Chiede di essere aiutato a ritrovare i valori della religione e della famiglia. Poi, nella sua disperazione, si rivolge a San Giovanni Paolo II, lo invoca di stendere una mano sul suo dramma e guarirlo. La lettera trovata accartocciata sotto una pietra, alla base della grande croce dedicata al santo, sulla cima" prega per me - conclude - e insegnami ad amare e servire secondo la tua visione della Chiesa". L'acqua prima, e le prime bufere di neve poi, su quella cima, hanno "alzato" le parole, mentre quella lettera si è aperta, dispiegata lentamente, e in tanti frammenti, ci piace pensare, le frasi, le parole, le speranze sono state portate dal vento, hanno viaggiato spinte dalle correnti, sparse sul Gran Sasso si sono depositate nei brecciai, sulle tante vette, nelle valli tra il silenzio e le voci arcane della montagna, che ascolta... Piacerà sicuramente a San Giovanni Paolo II. E il viaggio, questo lungo trekking intorno alla montagna che ha legato il suo nome con il Papa Santo continua, nella montagna luogo della legge, che viene rivelata; scenografia dei patti, giuramenti, e delle risposte... E' il luogo del ritiro, della silenziosa opera di ricostruzione, del tempo trascorso, della ricerca, "santuario eremitico" del passato che sembra rincorrersi tra le cime, le balze rocciose, le vette che si scoprono lentamente nel cammino verso l'alto, con la dolorosa e a volte coraggiosa fatica dell'ascesa, tanto irrazionale e allo stesso tempo mistico profondo desidero di gettare anche per un attimo gli occhi da lì, dalla vetta, che non è un punto di arrivo, meta del cammino, ma spesso, l'inizio, la parte più difficile…E ora un incontro. L'aquila delle Malecoste. Uno spettacolo. E poi quelle inconfondibili chiazze bianche sotto le ali che attraversano il suo domicilio territoriale spinto fino a 200 kmq. Il suo raggio, alla ricerca della nidificazione su speroni e nicchie per lo più a strapiombo, sovrastanti le forre, dominanti, come questo" tormento" e imprecazione che si chiama appunto Malecoste: una morfologia accidentata, terrore dei pastori e corridoio faunistico di lupi, sovrastante il borgo di Assergi e il villaggio d'altura di San Pietro della Jenca; una rottura di pendio le Malecoste, con pareti verticali, creste frastagliate, cenge, torrioni e guglie, pilastri e su uno di questi, frenando l'aria con le ali convesse, eleganti, le zampe possenti portate in avanti, l'aquila si è lì ancorata con i suoi artigli, ancora più vicina a noi, imponente davanti alla valle del Vasto; ma è solo una sosta, si è slanciata poi dalla roccia, ha subito ripreso quota per tornare a guardare il paesaggio e trovare il suo obiettivo : i resti di un animale dell'inverno trascorso, nei pressi di uno stazzo fortificato dall'altura alle pendici di un pilastro di roccia. Quando siamo arrivati, l'aquila delle Malecoste dopo il pasto, di nuovo in volo con la sua corte di corvidi, è salita sola e misteriosa in cielo dove solo la sua specie può osare, ha continuato a volteggiare sopra Cima Wojtyla una vetta raggiungibile solo da pochi escursionisti, in uno spettacolo, questo, denso di simbolismo. Più tardi, ma molto più tardi, quest'area del Gran Sasso, la sorvoleremo con l'elicottero pilotato da Giorgio Zecca. Un nuovo" viaggio" emozionale, anche per noi, alla ricerca delle "voci e delle parole" della montagna, lì, da qualche parte nascoste.
*docente e scrittore

