SULMONA
L’inchiesta sulla morte di almeno 21 lupi appenninici nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise entra in una fase cruciale. Sul tavolo della Procura di Sulmona è arrivata infatti una dettagliata mappa dei fitofarmaci utilizzati nelle aree agricole comprese tra Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e la fascia di confine con la Marsica, un elemento che potrebbe consentire agli investigatori di restringere il campo dei sospetti e individuare i responsabili di una delle più gravi stragi di fauna selvatica degli ultimi anni.
L'INCHIESTA
Le indagini, coordinate dalla magistratura peligna, puntano a fare piena luce sull’avvelenamento che ha provocato la morte non solo di decine di lupi ma anche di numerose volpi e poiane. Gli investigatori seguono una pista precisa che conduce al mondo agricolo e alla gestione del territorio, con particolare attenzione ai meccanismi che regolano l’accesso ai fondi comunitari destinati ad agricoltura e pastorizia. Proprio ieri mattina sono iniziate le prime escussioni testimoniali che proseguiranno nei prossimi giorni.
PER CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI E ACQUISTA LA TUA COPIA DIGITALE
OPPURE IN EDICOLA
I TESTIMONI
Negli uffici della procura è stato ascoltato, per oltre due ore e mezza, Dino Rossi, presidente del Cospa. Rossi ha fornito agli inquirenti una sorta di “decalogo” sui fitofarmaci maggiormente impiegati nelle zone interessate dall’inchiesta, indicando le tipologie di sostanze utilizzate, le colture sulle quali vengono impiegate e i soggetti che normalmente ne fanno uso. Un contributo ritenuto particolarmente importante dagli investigatori. Ma ci sarebbe più di un testimone pronto a fare la propria parte. I rappresentanti delle associazioni ambientaliste, almeno quattro, saranno convocati dalla polizia giudiziaria del tribunale peligno nei prossimi giorni.
IL VELENO
Il vero punto di svolta dell’indagine resta però l’identificazione del veleno utilizzato per confezionare le esche mortali. Gli esami effettuati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo hanno accertato che la sostanza rinvenuta negli animali morti è sempre la stessa. Si tratta di un fitofarmaco specifico destinato all’impiego agricolo, la cui commercializzazione è rigidamente regolamentata dalla normativa vigente. Proprio la tracciabilità del prodotto potrebbe rivelarsi decisiva. L’acquisto di tali sostanze è infatti consentito esclusivamente a soggetti autorizzati e iscritti in appositi registri regionali. Ogni vendita deve essere registrata e associata a un acquirente identificabile, circostanza che consente agli investigatori di seguire un percorso documentale preciso per risalire ai possibili utilizzatori. Parallelamente proseguono gli accertamenti scientifici. Particolare attenzione è concentrata su un’esca recuperata integra dagli investigatori. Gli specialisti stanno cercando di estrarre eventuali tracce biologiche attraverso l’analisi del Dna, nella speranza di individuare elementi utili per identificare chi abbia materialmente preparato e posizionato il boccone avvelenato. L’incrocio tra dati genetici, analisi chimiche e registri di vendita dei fitofarmaci potrebbe fornire agli inquirenti un quadro probatorio particolarmente solido.
LA MAFIA DEI PASCOLI
Sul fronte del movente, la Procura non esclude che dietro la strage vi siano ragioni più complesse rispetto alla semplice difesa del bestiame dalle predazioni. Al centro delle verifiche c’è la gestione di circa 20 mila ettari di terreni presi in affitto dal Parco, una scelta che avrebbe escluso alcuni operatori locali dalla possibilità di accedere ai contributi europei legati al pascolo. Un contesto di tensioni economiche e interessi contrapposti che gli investigatori stanno approfondendo per comprendere se possa aver rappresentato il terreno sul quale è maturata la decisione di disseminare esche avvelenate nel cuore del parco. Già con l'inchiesta Transumanza, condotta dalla procura della Repubblica di Pescara, la lotta per gli indennizzi europei a discapito degli allevatori locali era finita nel mirino dei magistrati con oltre 40 imputati chiamati a rispondere di truffa aggravata ai danni dello Stato.
LE CARCASSE
I primi ritrovamenti risalgono alla metà di aprile, quando nel comune di Alfedena furono recuperate cinque carcasse di lupo. Poco dopo altri cinque esemplari vennero trovati nel territorio di Pescasseroli. Con il passare delle settimane il bilancio è progressivamente aumentato fino a raggiungere numeri che hanno suscitato forte preoccupazione tra istituzioni, ambientalisti e cittadini.
LA POSIZIONE DEL PARCO
Fin dai primi episodi il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise aveva denunciato la gravità dell’accaduto, sottolineando come il fenomeno si inserisse in un clima di crescente contrapposizione sul tema della presenza del lupo e della sua gestione. L’ente aveva ribadito che qualsiasi forma di azione illegale contro la fauna selvatica rappresenta un attacco al patrimonio naturale collettivo e non può trovare alcuna giustificazione. Il contesto è reso ancora più delicato dal recente cambiamento dello status di protezione del lupo a livello europeo. La revisione approvata dagli Stati aderenti alla Convenzione di Berna e sostenuta anche dal governo italiano ha modificato il livello di tutela della specie, passata da “rigorosamente protetta” a “protetta”. Una scelta che ha aperto la strada a interventi di contenimento e che ha alimentato il dibattito tra sostenitori della conservazione e rappresentanti del mondo agricolo e zootecnico. Secondo le stime delle associazioni che monitorano il fenomeno, ogni anno oltre 300 lupi muoiono in Italia per cause direttamente riconducibili all’azione dell’uomo. L’associazione “Io non ho paura del lupo” ha documentato il recupero di 1.639 carcasse sul territorio nazionale tra il 2019 e il 2023. A questi dati si aggiungono ora i casi registrati nel Parco d’Abruzzo, destinati a rappresentare uno degli episodi più gravi degli ultimi anni per numero di animali coinvolti. Mentre le indagini proseguono, resta aperta la ricerca dei responsabili di un avvelenamento che ha colpito una delle aree naturalistiche più importanti d’Italia, mettendo a rischio non solo i lupi ma l’intero equilibrio dell’ecosistema locale.