Telefonini ai boss, sospetti su altri agenti

16 Aprile 2023

È destinata ad allargarsi l’inchiesta che ha portato all’arresto di un poliziotto penitenziario, forse decine i telefonini entrati

SULMONA. L’inchiesta sui telefonini forniti ai detenuti del carcere di Sulmona si trova a una fase decisiva. Dopo la conferma della custodia cautelare in carcere per Massimo De Santis, il poliziotto di 53 anni arrestato in flagranza di reato dai suoi colleghi mentre stava cercava di introdurre in carcere tre micro cellulari, la Procura in collaborazione con il direttore della struttura penitenziaria peligna, sta raccogliendo i frutti delle indagini avviate dallo scorso mese di ottobre.
Nel mirino del procuratore facente funzioni Stefano Iafolla sono finiti altri agenti di polizia penitenziaria che, secondo gli inquirenti, avrebbero contribuito attivamente a far entrare nel carcere di Sulmona decine di apparecchi telefonici destinati ai detenuti.
All’inizio il metodo più usato era quello dei droni guidati dall’esterno che, una volta varcato il muro di cinta sganciavano i telefonini durante l’ora d’aria o nei cortili normalmente frequentati dai detenuti. Anche in questo caso con la diretta responsabilità di alcuni poliziotti penitenziari che in quel momento erano addetti alla sorveglianza dei reclusi. Insomma, l’inchiesta sta vivendo un momento decisivo che potrebbe portare a clamorose novità già dalle prossime ore.
Intanto, sempre dai riscontri emersi in questi mesi di indagini, è stato scoperto che i detenuti utilizzavano frequentemente quei telefonini di cui erano venuti in possesso per postare filmati sul social TikTok. Insomma avevano contatti con l’esterno non solo per comunicare con parenti o affiliati alle associazioni camorristiche e mafiose, ma anche per condividere i momenti di vita quotidiana all’interno del carcere. Nei mesi scorsi è stato scoperto anche qualche video girato proprio nel penitenziario di via Lamaccio. Immagini filmate, così è stato ricostruito dagli investigatori, precisamente nei mesi di ottobre e novembre. periodo in cui erano stati sequestrati una ventina di telefoni cellulari dietro le sbarre.
La notizia è emersa solo in queste ore, dopo l’arresto dell’agente penitenziario, accusato di aver introdotto tre micro cellulari in carcere destinati ai detenuti. Un modo semplice e veloce per comunicare con la criminalità organizzata, per dare ordini anche relativamente a qualche “conto” rimasto in sospeso.
Un fenomeno quindi di vaste proporzioni che dà l’esatta misura di quanto fosse facile introdurre microcellulari negli istituti di pena, anche in quelli più controllati come il supercarcere di Sulmona che è il più grande d’Abruzzo e uno dei più importanti d’Italia proprio per la particolare tipologia dei detenuti, tra loro ergastolani e appartenenti al circuiti dell’alta sicurezza.
Intanto già dalle prossime ore il poliziotto penitenziario – originario di Campobasso ma da una quindicina di anni a Sulmona – arrestato nei giorni scorsi in flagranza di reato dai suoi stessi colleghi, sarà trasferito in altro istituto penitenziario.
L’altro giorno, durante l’udienza di convalida dell’arresto, davanti al giudice l’uomo si è difeso sostenendo che i tre telefonini che portava in tasca, custoditi in una busta di cellophane, erano destinati a suoi amici fuori dalla struttura carceraria. Ha aggiunto che quel giorno era in ritardo e che la fretta di prendere servizio nell’istituto di pena, gli ha fatto dimenticare che quei telefonini avrebbe dovuto lasciarli a casa.
Una versione dei fatti che non ha convinto il giudice per le indagini preliminari che ha completamente accolto, le richieste della procura disponendo a suo carico la custodia cautelare in carcere. Una misura ritenuta però troppo pesante dal difensore dell’indagato, l’avvocato Alessandro Margiotta, che ha già annunciato ricorso al tribunale del riesame.
©RIPRODUZIONE RISERVATA