Tesoro dei rom, chiesto maxi sequestro

9 Marzo 2018

Per il Fisco sono nullatenenti, ma possiedono beni per un milione di euro. L’avvocato Milo: «Si tratta anche di eredità»

AVEZZANO. Nullatenenti per il Fisco italiano, ma proprietari di immobili per oltre un milione di euro. Ed è stato proprio il tenore di vita da nababbi, con case di lusso e un patrimonio immobiliare di rilievo, a far scattare l’indagine nei confronti di due famiglie rom di Avezzano. In quattro sono finiti davanti alla sezione speciale per le misure di prevenzione del tribunale dell’Aquila e il pubblico ministero Andrea Padalino ha chiesto il sequestro di beni che comprendono quattro appartamenti e diversi conti correnti. Sul caso sono stati chiamati a pronunciarsi i giudici del tribunale dell’Aquila, presidente Giuseppe Romano Gargarella (Ferrari e Croci).
Il procuratore Padalino ha chiesto il sequestro e la confisca degli appartamenti e dei beni, oltre alla misura di prevenzione personale e la sorveglianza speciale nei confronti dei coniugi Ferdinando Di Silvio e Filippa Morelli e Antonio Di Silvio e Rosaria Di Silvio. Per altri tre componenti delle famiglie il pm ha ritenuto di non dover richiedere la misura per insufficienza di presupposti. Secondo l’accusa, gli indagati non hanno mai un reddito tale da giustificare l’acquisto di questi beni e quindi la legittima provenienza di denaro per poter immobili costosi. Si ipotizza quindi che si tratti di soldi derivanti da operazioni o azioni illecite. Numerosi gli accertamenti a carico delle due famiglie, in particolare le indagini di polizia e Finanza nei confronti di Ferdinando Di Silvio, 63enne, capostipite della famiglia avezzanese, detto Pantera, e attorno ai beni della famiglia che miravano a fare luce anche su presunti legami con i Casamonica. Si era parlato di costanti viaggi nella capitale che insospettirono gli inquirenti. Secondo le indagini, gli accusati risultavano ufficialmente disoccupati ma mantenevano un tenore di vita da nababbi. Tre di loro, nel 2007, finirono nei guai nell’ambito dell’operazione antidroga “Brown rain”. E alcuni anni fa altri due furono beccati in un’altra operazione contro lo spaccio: stando alle accuse della polizia avevano trasformato una casa di Avezzano in un market della droga. Nello stipite di una porta furono scoperti 13mila e 500 euro in contanti. Alcuni componenti della famiglia furono ritenuti dal prefetto socialmente pericolosi, solitamente dediti a traffici delittuosi e con un tenore di vita tale da far ritenere che vivessero abitualmente con i proventi di attività illecite. L’indagine patrimoniale ha riguardato anche Frosinone, Milano, Siena e Bologna dove hanno sede legale istituti bancari e uffici postali nei quali sono stati bloccati alcuni rapporti finanziari.
La difesa, affidata all’avvocato Pasquale Milo, sostiene la legittima provenienza dei beni in questione, che sarebbero stati acquistati in date antecedenti alle indagini e che provengono anche da eredità. «Abbiamo contestato il pericolo dell’attualità della condotta», ha spiegato l’avvocato Milo, «perché i fatti sono vecchi nel tempo e quindi non è necessaria la misura del sequestro. Confidiamo nel rigetto della richiesta».
Il legale ha presentato una memoria difensiva volta a contestare il fondamento della misura adottata, giustificando la legittima provenienza delle somme di danaro utilizzate per l’acquisto dei beni mobili e immobili oggetto della misura di prevenzione patrimoniale.
Si attende la decisione del collegio giudicante.
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