Tinari e quel 6 aprile in un’opera tra paure e rinascita
L’AQUILA. «6 aprile 2009 ore 3,32. Il cuore batte forte. Gli occhi sbarrati. Quel rumore che bussa. Bussa proprio sotto casa. È forte forte forte forte... ancora più forte forte forte … Si ferma? Si...
L’AQUILA. «6 aprile 2009 ore 3,32. Il cuore batte forte. Gli occhi sbarrati. Quel rumore che bussa. Bussa proprio sotto casa. È forte forte forte forte... ancora più forte forte forte … Si ferma? Si ferma? Si è sempre fermato… Invece no ancora no… Più forte, forte forte forte... e poi ancora più forte. Lo scricchiolìo delle travi. Il buio pesto. I mobili che cadono, le bottiglie si rompono, la paura… Le urla». È l’incipit di un libro scritto dal presidente del consiglio comunale, Roberto Tinari, sul terremoto di quasi 12 anni fa. Il racconto si snoda su due piani narrativi. Il primo è quello “canonico”: la presa di coscienza di essere vivo, la corsa a capire come sta la famiglia, gli abbracci. Il secondo è quando, consapevoli della catastrofe, si cerca di fare qualcosa di utile per chi ne ha bisogno. Il racconto svela come in tanti, sin da subito, cominciarono a interrogarsi su come dare risposte ai centomila che in pochi secondi persero tutto. L’autore accompagna il lettore in un capoluogo ferito dove però ci sono già i segni di una reazione. (g.p.)

