Tombe e reperti, la lunga storia del recupero

23 Febbraio 2018

Nardis (ex delegato comunale di Bagno) ricorda i lavori effettuati per liberare l’area dal degrado

L’AQUILA. Sulle vicende annose relative alla valorizzazione dell’antica cattedrale di Forcona, interviene Gabriele Nardis, di Civita di Bagno, che in passato si è occupato a lungo della questione. «L’antica cattedrale paleocristiana di San Massimo in Forcona», scrive Nardis, «sede vescovile fino al 1257, nei primi anni Settanta del secolo scorso era completamente interrata ad eccezione, ovviamente, della torre e della sommità di un’arcata, denotante sottostanti strutture e adibita a cimitero nel quale le ultime salme erano state tumulate nel 1938. Nella mia veste di delegato comunale feci rimuovere le tombe, ricoperte da rovi ed erbacce, e inumare i resti mortali nel cimitero di Santa Maria di Bagno. Si oppose una sola famiglia e tre tombe sono tuttora nell’antica cattedrale nel più completo abbandono. Al fine di salvaguardare le antiche strutture scrissi al Comune e alla Soprintendenza, allora diretta dall’architetto Renzo Mancini, che fece eseguire gli scavi e il consolidamento delle strutture. I lavori furono affidati alla ditta Fiordigigli di Paganica. Era mia intenzione di riqualificare l’antica cattedrale, lasciandone inalterate le strutture, con materiale ligneo e vetro da approvarsi dalla Soprintendenza. La Cattedrale era patrimonio del soppresso Comune di Bagno e ora è di proprietà della Curia in forza della legge 222/1985. Sono felice che monsignor Orlando Antonini e l’architetto Giuseppe Chiarizia si siano interessati, e pare lo siano ancora, all’antica cattedrale di San Massimo. Ciò sembra indicare un cambiamento di rotta dal momento che sino a oggi, a mio avviso, ogni interesse sia stato rivolto ad Amiternum e solo marginalmente a Furconium. La costruzione dell’attuale “moderna” chiesa parrocchiale, fortemente danneggiata dal sisma del 2009 , fu iniziata nel 1919 e portata a termine nel 1929. Villa Oliva Antonelli sorge sulle rovine delle terme romane da me individuate nel 1970 e segnalate alla Soprintendenza di Chieti. La mia scoperta fu convalidata dal soprintendente emerito professor Valerio Cianfarani che venne appositamente da Chieti. L’idea di adibire villa Oliva-Antonelli a museo mi venne a seguito del ritrovamento di numerosi reperti archeologici provenienti da alcuni scavi che si stavano eseguendo. Lo feci presente alla Soprintendenza che mi oppose il suo diniego a causa dell’impossibilità di provvedere alla sorveglianza. I reperti in parola furono, poi, trasferiti parte a Chieti e parte a San Vittorino. Le tesi storiche, che indicherebbero il lago di San Raniero come sito dell’anfiteatro romano, sono solo la mia tesi personale. Ne parlai al professor Cianfarani che condivise la mia opinione complimentandosi con me. Anche gli scavi eseguiti sulla collina di “Fonte d’amore” e non di “Moritola”, come ci si ostina a chiamarla, furono da me richiesti alla Soprintendenza di Chieti. Il finanziamento per l’esecuzione dei lavori fu autorizzato dal ministro Veltroni per l’interessamento dell’allora presidente della circoscrizione di Bagno Giuseppina Biasini». (g.p.)
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