Torlonia prosciugò il lago e s’impossessò di tutta la terra

30 Gennaio 2015

Antonio Rosini, cultore della storia della Marsica ed ex consigliere regionale del Pci, interviene sul prosciugamento del Fucino. «Primo aspetto: in recenti, solenni cerimonie qualcuno si è riferito...

Antonio Rosini, cultore della storia della Marsica ed ex consigliere regionale del Pci, interviene sul prosciugamento del Fucino.

«Primo aspetto: in recenti, solenni cerimonie qualcuno si è riferito al prosciugamento del Fucino come "grandiosa opera mai riuscita prima". Credo sia utile ricordare dei dati storici, per una visione esatta del problema. I Romani, come documenta con il suo pregevole libro Sandro Damato, riuscirono a costruire la galleria, tuttora in funzione, e a far defluire le acque del Fucino nel Liri per ben 500 anni, fino al 589 dopo Cristo. Ricordato ciò, non vanno certamente sminuiti il grande valore delle innovazioni apportate dai valentissimi tecnici A. Brisse e L. De Rotrou, chiamati, a ripristinare l'opera da Alessandro Torlonia. Anche Federico II, con l'editto di Foggia, aprile 1239, decretò "di far spurgare e riaprire i canali del lago … affinché potessero fluire le acque … come soleva farsi anticamente".

Secondo aspetto: un altro fondamentale elemento che viene o sottaciuto o sorvolato è che Torlonia si appropriò di tutta la terra dell'alveo, anche di quella parte, circa un terzo (5000 ettari), che non era sempre sott'acqua, come attestano fatti incontrovertibili: l'accademico Marcello Vittorini, in Fucino 100 anni, ci ricorda che nel 1670 "il governo napoletano avvia la formazione del catasto dei proprietari, comprese le terre abbandonate dal Lago"; nel 1734, nel Comune di Avezzano, il 12 agosto, in pubblica piazza, con sorteggio, furono assegnati in lotti (lische), a 177 richiedenti, i terreni emersi dalle acque.

Terzo: come mai per il prosciugamento del Fucino fu concessa a Torlonia tutta la terra, anche quella che non era sempre sott'acqua, mentre in tutte le altre concessioni, anche nel Regno di Napoli, la concessione in proprietà era, al massimo, del 50%? La più probabile spiegazione sta nella storia della famiglia Torlonia, la cui fortuna è iniziata con il capostipite Marin Tourlionas, che intorno al 1750, diventa cameriere del cardinale Acquaviva d'Aragona e da questi riceve un'eredità. Italianizzato il cognome, i Torlonia continuano ad arricchirsi con gli affari e la protezione del Vaticano. L'interesse del Vaticano e dei Borboni a mantenersi strettamente alleati, contro Cavour e i Savoia che operavano per fare l'Italia unita, sono, quindi, un buon viatico perché i Borboni concedessero quello che non avrebbero dovuto concedere, essendo di proprietà inalienabile dei contadini e dei Comuni. E Torlonia, come ricorda Montanelli, per riconoscenza e devozione al Papato, all'entrata dei Bersaglieri a Roma, nel 1870, cambiò le giubbe dei suoi stallieri, perché dello stesso colore dei Savoia. Così Torlonia, riprosciugò il Fucino, ma prese anche quello che non gli poteva essere legittimamente concesso, e per questo, i contadini e le popolazioni lo considerarono usurpatore».

Antonio Rosini, come fonti per il suo intervento, ha utilizzato il libro di Sandro Damato- "Il primo prosciugamento del Fucino - Edito dal Centro studi culturali - Avezzano 1980, pag. 183); una raccolta di documenti storici intitolato: "Constituziones et Regestum Federici II Imperatoris ann. 1240, pag. 398. Neapoli ex regia typographia. anno 1786; Marcello Vittorini in Fucino 100 - 1977, pag. 255; Filippo Fabrizi: libro "Nato il 13 gennaio 1915", pag. 55 e infineIndro Montanelli - Storia d'Italia - vol. 6°, pag. 105.

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