Torna a casa il marocchino che causò la morte di Sara

Il giovane Jarrar Ayoub ha lasciato il carcere dopo avere ottenuto dal giudice gli arresti domiciliari. Il 25enne deve rispondere del reato di omicidio stradale
AVEZZANO. Torna a casa il marocchino accusato di omicidio stradale, dopo avere provocato, ai primi dello scorso gennaio, l’incidente sulla Tiburtina che è costato la vita alla giovanissima Sara Sforza, la 23enne di Aielli.
La decisione di far lasciare il carcere al marocchino, per continuare la misura cautelare nella sua abitazione, è stata presa dal giudice del tribunale di Avezzano Carla Mastelli.
Il giovane accusato del reato di omicidio stradale è Jarrar Ayoub, 25 anni: in carcere dal 7 gennaio, è stato messo agli arresti domiciliari dopo l’istanza di scarcerazione e attenuazione della misura cautelare presentata dal suo legale, Leonardo Casciere.
Il marocchino era stato portato in prigione 50 giorni fa, ma soltanto una settimana dopo l’incidente mortale. Inizialmente, tra mille polemiche e prese di posizione, anche da parte di leader politici nazionali, era infatti solo indagato. Successivamente era stato arrestato con ordinanza del giudice – su richiesta della Procura di Avezzano – mentre era ricoverato nel reparto di Chirurgia maxillo- facciale del San Salvatore, all’Aquila, per le conseguenze dell’incidente.
Secondo le accuse, il marocchino, in stato di ebbrezza, dopo una serie di sorpassi ad alta velocità, in un tratto di strada in salita e con linea continua sulla carreggiata, ha centrato in pieno la Renault Twingo che procedeva nel senso opposto, condotta dalla giovane di Aielli, causandone la morte, oltre al ferimento del suo fidanzato. Dopo l’arresto di Ayoub era stato presentato al tribunale del Riesame dell’Aquila un ricorso per ottenere la scarcerazione. L’istanza era però stata rigettata. Infatti il gip di Avezzano, in fase di provvedimento cautelare, in accordo con il pm Andrea Padalino, aveva rilevato una «elevata pericolosità di Jarrat», stabilendo che non poteva «trovare freno se non con il ricorso alla misura cautelare più rigorosa, quale quella della custodia in carcere, non potendosi di certo fare affidamento sulla capacità dell’indagato di autocontrollarsi, con il rischio di pregiudicare definitivamente l’incolumità di altre persone che, fortuitamente, si trovino sulla strada dell’indagato». Inoltre il giudice aveva sostenuto che «ad aggravare l’inaffidabilità, anche la condizione di straniero irregolare e il consumo di alcol e droga». Determinante nelle indagini anche la ricostruzione dei fatti fornita da alcuni testimoni. In particolare, uno di loro è stato ascoltato dai carabinieri, davanti ai quali ha sostenuto che «il marocchino aveva cercato di allontanarsi dal luogo dell’incidente».
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