«Transumanza? È ancora una risorsa»

16 Giugno 2018

L'economista: bisogna però innovare rispetto alla storia e alla tradizione 

Il professor Antonio Porto, 69 anni, è un economista e docente che da tempo si occupa, fra le altre cose, dello studio della transumanza vista non solo come fenomeno del passato ma anche come possibile risorsa per il presente. Il suo ultimo libro (che è parte di una trilogia) scritto con Antonio Piras è “Introiti ed esiti, modelli di gestione della transumanza tra metà 1700 e metà 1900” (One Group Edizioni). Porto si interessa anche di agricoltura, tradizioni locali, turismo. Conosce ogni aspetto del territorio aquilano e si batte da anni per valorizzarne le potenzialità.
Professor Porto, qual è la sua storia familiare e la sua formazione culturale?
«La mia famiglia è originaria di Tornimparte, è arrivata all’Aquila nel 1965, perché mio padre, direttore didattico, aveva avuto un trasferimento. Ho conseguito la laurea in Economia e Commercio a Pescara. Ho lavorato alla Cassa di Risparmio dell’Aquila, successivamente ho vinto il concorso dirigenziale per esperto di economia presso la Regione Abruzzo, ma nelle stanze del potere sono stato per poco tempo come dirigente, mi sono dimesso perché ritenevo che la mia professionalità fosse penalizzata, poi ho seguito i corsi abilitanti per l’insegnamento di economia e diritto e sono entrato in ruolo nell’Istituto tecnico commerciale».
Lei quindi insegna nelle scuole superiori e ha contatti con le nuove generazioni, quali sono le aspettative, le speranze, le prospettive dei più giovani?
«I cambiamenti sociali hanno influito moltissimo sulle nuove generazioni. A queste ha nociuto l’eccessiva forma di garantismo che hanno ricevuto dalle famiglie che, anziché essere di sprone, ha finito per rallentare il processo di consapevolezza delle loro capacità e a demotivarli verso l’impegno personale e sociale. Quando si ha tutto e subito non si hanno aspettative. Solo i giovani più capaci, pochi ma eccellenti, pianificano il loro percorso futuro e si danno obiettivi e scadenze. Purtroppo saranno quelli che non resteranno in città. I giovani non si fanno più domande, ma è anche questa società che non dà loro risposte».
Da economista il suo interesse si è concentrato molto sulla pastorizia e sulla transumanza, lei ne ha scritto non attraverso il solito e un po’ stantio modello dannunziano ma è entrato nei meccanismi contabili delle imprese armentizie. Che cosa è stata la transumanza per la nostra area geografica?
«La transumanza può essere considerata come un metodo di gestione di un’impresa armentizia. L’imprenditore delocalizzava l’azienda dall’Abruzzo nell’agro di Puglia in alcuni periodi dell’anno, normalmente in inverno. Il fine era di abbattere i costi di gestione del gregge e di non far scendere la produzione dei prodotti caseari, nell’arco della stagione, mantenendo così uno standard di profitto. Oggi questa politica è largamente applicata nel campo manifatturiero, con l’obiettivo dell’abbattimento dei costi di gestione e l’incremento dei profitti dell’azienda. L’elaborazione dei dati sui dipendenti fa emergere come l’impresa che praticava la transumanza dava vita a una politica attiva dell’occupazione che nel tempo ha garantito la stabilità del posto di lavoro a molte decine di dipendenti assicurando un reddito alle loro famiglie. Facendo un parallelo con la situazione odierna, registro che la legislazione attuale rende il lavoro flessibile e precario. Si è passati da un sistema basato su un’economia solidale, a una globalizzata che, per sostenersi, ha bisogno di un’etica e di una disciplina diversa, che non prevede forme di garanzia per chi lavora, né un legame tra proprietà e manodopera».
Il suo ultimo libro “Introiti ed esiti” è stato scritto con la collaborazione di Antonio Piras. Lei analizza la contabilità di due imprese armentizie, una del 1700 e una di un secolo più tardi. Cosa viene fuori dal confronto?
«I dati raccolti sembrano descrivere due modelli diversi di organizzazione del patrimonio armentizio transumante: una gestione solidaristica a Castel del Monte e una più individualistica a Scanno, e farci presumere che tali differenze fossero causate dalle strutture culturali e sociali del villaggio. Castel del Monte è caratterizzato da pochi professionisti della pastorizia transumante, un grande numero di agricoltori, quasi metà della popolazione, un esempio di pluriattività agricola povera di sostegno e con scarso spirito imprenditoriale. S’individua una comunità più omogenea e con minore vitalità economica rispetto a quella di Scanno; quest'ultima è caratterizzata da una più forte componente di attività artigianale e commerciale. Il benessere monetario favorisce la diversificazione degli investimenti e rafforza la posizione della famiglia all’interno del paese; anche a Castel del Monte accade, ma in un quadro meno diversificato, nel quale la terra conta meno, la pastorizia è un’attività economica vera e propria e non un mezzo di sostegno dell’attività contadina».
Nei suoi scritti lei afferma, semplifico, che la pastorizia e l’allevamento più in generale possono essere ancora un’importante risorsa per la città territorio. Ma attraverso quali strumenti politico-amministrativi ciò può essere possibile?
«Le greggi sono tuttora portate al pascolo sulle montagne abruzzesi nella stagione estiva, questo fenomeno interessa tutta la catena montuosa interna della regione e da qualche tempo si è esteso anche alle mandrie di bovini. Ciò significa che il nostro territorio ha nei pascoli una risorsa appetibile per gli allevatori. Forse non si è mai riflettuto con la dovuta attenzione sull’enorme valore economico e ambientale che i pascoli hanno rappresentato storicamente e sulla scarsa cura che gli Enti locali hanno di questa risorsa. La qualità dei pascoli occorre che sia salvaguardata e tutelata con una politica di risanamento e di riorganizzazione, capace anche di stimolare la ripresa di un allevamento che produca carni sane e certificate dal marchio Igp, affinché continui a produrre ricchezza per le popolazioni montane. Una giovane imprenditrice di Barisciano ha rilanciato il made in Abruzzo, lavorando e vendendo la lana ricavata delle pecore del gregge di suo marito. Dal suo marchio “AquiLana” nascono filati colorati con prodotti naturali, richiesti da ogni parte d’Italia. L’Università di Sassari insieme con un gruppo di allevatori hanno realizzato, dopo una lunga sperimentazione, un progetto di utilizzo della lana per combattere l’inquinamento di idrocarburi. Dei lunghi cuscini di lana vengono messi in acqua sia per fare da barriera all’espandersi della chiazza oleosa, sia perché la lana attiva la flora batterica marina capace di ridurre la contaminazione, salvaguardando l’ecosistema. I risultati sembrano positivi e se si passerà dalla fase sperimentale all’industrializzazione del moderno prodotto, si aprirà una nuova fase di utilizzo della lana e un supporto agli allevatori, che dalla lana ora non traggono profitto. S’inverte la tendenza, dopo decenni, le pecore aumentano».
Ci sarà il riscatto del settore?
«Secondo la Coldiretti la chiave per il riscatto è innovare nel rispetto della tradizione, oggi testimoniato da un incremento della domanda all’estero di formaggi pecorini, dalle novità che hanno rivoluzionato la pastorizia con contributi che spaziano dalla cosmetica alla moda, dall’edilizia alla scuola ma anche la manutenzione ambientale, la pet therapy fino a nuovi prodotti, dal gelato al latte di pecora fino al pecorino senza colesterolo. La storia della transumanza, ripercorsa in chiave moderna e con i mezzi che l’analisi aziendale e i mass media ci mettono a disposizione, può essere utilizzata anche in chiave di marketing, per valorizzare il territorio che, riqualificato e salvaguardato, può diventare un punto di forza dell’economia locale. Ciò ha lo scopo non solo di salvaguardarne la storia, ma anche di indicare un modello di sviluppo sostenibile».
L’Aquila post-sisma e la ricostruzione. Secondo lei ci sono stati errori e sottovalutazioni?
«L’errore grossolano del Comune, che stiamo pagando, è l’aver volutamente, per scopi politici, avviato la ricostruzione a macchia di leopardo e non aver programmato come priorità i sottoservizi. Si tenga conto che L’Aquila è nata con uno schema: una piazza, una fontana e una chiesa, al fine di favorire la socialità e l’economia. Schema che era replicabile e funzionale alla ripresa della città. È mancata, inoltre, una programmazione socio-economica, e sono state trascurate l’agricoltura e la pastorizia, il che ha provocato la chiusura di molte aziende».
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