«Trasfusione fatale, sì al risarcimento»

La Cassazione rinvia gli atti alla Corte d’Appello, un milione e mezzo la richiesta degli eredi della donna morta anni fa
AVEZZANO. Sentenza della Cassazione riapre la porta verso un risarcimento milionario agli eredi di una paziente marsicana – morta a metà degli anni Novanta per una trasfusione infetta – negato dal Tribunale (2007) e dalla Corte d’Appello dell’Aquila (2014). I giudici, infatti, non ritennero il parere della commissione medica ospedaliera una prova certa per stabilire il nesso di casualità tra la trasfusione e la morte. L’esatto contrario di quanto accadde in via amministrativa, visto che nel 2006/2007, sempre sulla base di quel parere, gli eredi ottennero un indennizzo, “una tantum”, per la morte della congiunta. Ora la decisione dei togati dell’Aquila è stata cancellata dai colleghi della Corte di Cassazione che hanno annullato quella pronuncia di secondo grado e rimesso gli atti nuovamente alla Corte d’Appello per la nuova pronuncia sul risarcimento dei danni reclamato dagli eredi di A.C. Con la sentenza n°6843/2018, la Cassazione ha evidenziato chiaramente che la commissione medica ospedaliera rende il proprio giudizio sul nesso causale in qualità di organo dell’amministrazione della sanità.
Ne consegue, quindi, che il predetto giudizio, pur emesso dalla commissione, costituisce un atto riferibile e imputabile al Ministero e come tale da esso non discutibile. Porte aperte al risarcimento, quindi, anche se la decisione finale spetta alla Corte d’Appello dell’Aquila, a cui il legale della famiglia, Cristian Carpineta, protagonista della battaglia vinta in Cassazione, ha presentato una richiesta di danni per un milione e mezzo di euro. La storia inizia nel lontano 1982, ben 36 anni fa, quando la signora A.C. si sottopose a una trasfusione di sangue, poi risultata letale, in un ospedale della Marsica che invece di risolvere i problemi di salute li aggrava fino al triste epilogo. A metà degli anni Novanta, infatti, la donna muore e i familiari, assistiti dal giovane legale, aprono due fronti di rivendicazione contro lo Stato, con esiti finali diametralmente opposti.
Il Ministero, infatti, riconosce il parere della commissione medica ospedaliera e concede ai figli un riconoscimento “una tantum” poiché la donna è morta, mentre i giudici del Tribunale prima e Corte d’Appello poi, vanno nella direzione opposta stabilendo che il parere della commissione non costituisse prova del rapporto eziologico tra virus e trasfusione, attesa sia la diversità degli istituti di indennizzo e risarcimento del danno, sia la diversa ratio della legge del 1992. Ora, a quattro anni di distanza, la Cassazione ha messo in discussione quella sentenza e chiamato la Corte d’Appello a una nuova pronuncia sulla richiesta di danni ma sulla base del parere della commissione.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

