Uccisa e murata in cantina, condannato a 25 anni

Delitto Fava al confine con la Marsica, il compagno manovale ritenuto colpevole. La giovane era stata cercata anche ad Avezzano e Luco dove aveva amici
CASSINO. Venticinque anni di reclusione: è la pena inflitta dalla Corte d’Assise di Cassino ad Antonio Cianfarani, 41 anni, manovale, di Fontechiari (Frosinone), per l’omicidio di Samanta Fava, 36 anni, di Sora. La sentenza è stata emessa dalla Corte (presidente Massimo Capurso) dopo 4 ore di camera di consiglio. Il pubblico ministero, Alfredo Mattei, aveva chiesto 30 anni. L’imputato, che doveva rispondere anche di occultamento di cadavere (dopo il delitto aveva murato il corpo della donna nello scantinato), è stato condannato anche all’interdizione dai pubblici uffici e al risarcimento delle parti civili. Soddisfatti della sentenza, i legali di parte civile: Edoardo Rotondi, Tania Rea e Marco Bartolomucci. «Ci amareggia però che all’imputato non sia stata riconosciuta la premeditazione», dichiara l’avvocato Rotondi di Balsorano, «sul ricorso in Appello, decideremo dopo aver letto le motivazioni». Non ha dubbi, invece, a impugnare la sentenza il difensore di Cianfarani, Ezio Tatangelo, secondo il quale, durante il processo, «non sarebbero emerse prove sufficienti per condannare il mio assistito. Per dimostrare la sua innocenza, pertanto, ricorreremo in Appello».
Il pensiero dell’ex marito di Samanta, Maurizio Gabriele, corre al figlioletto. «Nessuna condanna», afferma, «potrà ridare la madre a mio figlio, che oggi ha 14 anni. La tristezza che leggo nei suoi occhi mi fa star male. Tra madre e figlio c’era un rapporto speciale». Lapidaria la sorella di Samanta, Mirella: «Giustizia è stata fatta. Ora almeno Samanta riposa in pace».
Samanta Fava era scomparsa il 3 aprile 2012. Le indagini, all’inizio, si erano concentrate prevalentemente ad Avezzano e a Luco dei Marsi, dove la donna aveva molti amici. Dotata di una bella voce, la sera, si esibiva in spettacoli musicali nei locali pubblici. La si ammirava per la bellezza e la solarità. Sbarcava il lunario con quel poco che riusciva a guadagnare. In attesa di un lavoro stabile, che, sperava, le avrebbe consentito di realizzare un sogno: riavere con sé il figlioletto, che dopo la separazione era stato affidato al padre.
Le aveva provate tutte, Samanta, sia a Sora che ad Avezzano. Aveva presentando centinaia di curricula. Ma nessuno le aveva dato una mano. Alla fine, aveva pensato che, trasferendosi a Milano, qualche opportunità forse l'avrebbe avuta. Se l'avesse fatto, oggi, forse, sarebbe stata ancora viva. Ma vi ha rinunciato per amore del figlio. Al ragazzino Samanta era legatissima. Se andava fuori, gli telefonava più volte al giorno. Per questa ragione, il silenzio seguito alla sua scomparsa aveva fatto temere il peggio. I familiari si erano rivolti persino a “Chi l'ha visto?”.
La soluzione del caso, lo si deve alla caparbietà con cui gli investigatori hanno condotto le indagini. A un certo punto i sospetti degli agenti del commissariato di Sora sono caduti su Cianfarani, l'uomo con cui Samanta negli ultimi tempi si accompagnava. Nel maggio 2013, il manovale, messo sotto torchio, ha raccontato di aver gettato il corpo di Samanta nel fiume Liri. Le ricerche dei sommozzatori, però, non hanno dato alcun esito. Il 19 giugno, la scoperta del cadavere nella cantina di Cianfarani, a Fontechiari. Grazie all'impiego di un cane molecolare, “Orso”, e del georadar.
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