Un anno e mezzo per mettere in sicurezza uno storico edificio

11 Luglio 2014

La struttura in centro storico aveva subìto danni già nel 1703 Intervento fatto con acciaio, fibre di carbonio, legno e calce

L’AQUILA. All'entrata, su via del Guastatore 14, uno splendido cortile acciottolato accoglie il visitatore. Colonne in pietra e archi databili al 1500, epoca di cui si hanno documenti certi dell’esistenza in città della famiglia Pica, quella che al palazzo compreso tra via del Guastatore e via Simonetto, con affaccio su piazza IX Martiri, diede il nome.

Con il terremoto del sei aprile 2009 la facciata sulla piazza aveva subìto una parziale rotazione a causa di forti lesioni tra pareti e solai, lo scalone che conduce dal primo al secondo piano, era crollato. Crollati anche i solai del secondo piano, e in parte quelli del primo. Ad occuparsi del restauro, effettuato dalla ditta Armido Frezza, è stato l’ingegnere Antonello Ricotti, lo stesso che nel 2000 ristrutturò, svuotandolo nell’interno grazie a una variante al Piano regolatore generale, l’adiacente hotel Centrale che dopo il sisma non solo è rimasto perfettamente agibile, ma ha ospitato molti sfollati aquilani.

«Palazzo Pica lo abbiamo completato ad ottobre scorso, dopo 18 mesi di intervento», spiga Ricotti. Il palazzo Pica fa parte di un ampio aggregato costituto da edifici non vincolati, l’hotel Centrale, non interessato a futuri interventi, e i palazzi Isidori-Del Vecchio e Sista, entrambi non vincolati dalla Soprintendenza, che attendono di poter essere ricostruiti. Palazzo Pica, i cui lavori sono costati 2.944.531,27 sulla scorta di un progetto autorizzato dalla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici, è oggi un’isola felice in quell’area dove il grosso degli edifici resta in attesa di interventi.

Dal cortile acciottolato a quattro colonne corinzie, si sale verso il primo piano dove altre esilissime colonne hanno retto al sisma: «Hanno reagito come le canne di bambù, ora le abbiamo rinforzate, ma non sono crollate. Questo palazzo», aggiunge Ricotti, «è stato colpito dal terremoto del 1703 e gli interventi fatti all’epoca sono quelli che hanno poi destato problemi. Siamo intervenuti con acciaio, fibre di carbonio, legno e calce, tutti elementi che si possono usare nei palazzi vincolati».

Interventi sono stati fatti sulla scala, ricostruita e rinforzata con cavi di acciaio, e pareti di cartongesso a copertura dei cavi. Gli scalini sono tutti quelli originali. Come originali sono i pavimenti che è stato possibile recuperare interamente. «I muri di questo palazzo», spiega Ricotti, «sono fatti di muratura a sacco, sulla quale abbiamo reintrodotto calce per dare alla muratura la consistenza che non aveva. Poi abbiamo messo le fibre di carbonio, dieci volte più flessibili dell'acciaio».

In generale gli interventi adottati hanno legato insieme le parti, intervenendo con materiali flessibili, leggeri e come chiede il vincolo della Soprintendenza, “reversibili”. «Si è lavorato per ottenere l'effetto scatolare», conclude il progettista, «le parti della struttura sono state collegate con “ammorsamenti”, cioè inserimenti di barre di armatura che legano le pareti, per evitare i fenomeni di ribaltamento».

Barbara Bologna

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