Un’infermiera aquilana nell’inferno del contagio

Daniela Capezzali lavora all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna riconvertito a centro per il Covid-19: le nostre vite stravolte, nei supermercati ci guardano male
L’AQUILA. Turni estenuanti, lunghi protocolli di sicurezza, paura e diffidenza.
La sfida degli operatori sanitari per fronteggiare l'emergenza Covid-19 è enorme. «Tanto è cambiato della nostra vita lavorativa e non», spiega Daniela Capezzali, 43 anni, di cui 17 a Bologna, dove lavora come infermiera.
IMPEGNO UMANO. Originaria dell’Aquila, da due mesi affronta questa prova impegnativa, sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista umano.
Un continuo oscillare tra la preoccupazione di restare coinvolti e senso del dovere. Molte strutture ospedaliere si sono convertite, del tutto o in parte, per ospitare pazienti affetti da Covid-19, mettendo così a disposizione posti letto in più e garantendo un supporto agli ospedali maggiormente sotto pressione.
Non fanno eccezione gli ospedali specialistici, come l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, che ha dovuto stravolgere l’organizzazione, risistemando i reparti, a cominciare dal pronto soccorso.
PRONTO SOCCORSO. Daniela Capezzali lavora proprio al pronto soccorso. L’Istituto Rizzoli in poco tempo si è attrezzato per accogliere i pazienti ortopedici di tutta l’area metropolitana, per alleggerire il carico sugli altri ospedali. Inoltre è stato uno dei primi in Italia a effettuare operazioni ortopediche urgenti su pazienti positivi al Covid-19.
«Per questo, abbiamo dovuto allestire un reparto Covid anche all’interno del nostro presidio», spiega l’infermiera gessista. A volte, alcuni pazienti arrivano dal policlinico Sant’Orsola-Malpighi.
Anche il personale del pronto soccorso si è dovuto adattare all’emergenza, stravolgendo l’organizzazione. Perché, positivo o no, ogni paziente ha il diritto di essere trattato, soprattutto quando presenta un quadro clinico che richiede interventi che non possono essere rimandati.
A CONTATTO COL CONTAGIO. «A tutti i pazienti che arrivano nella nostra struttura», spiega Daniela Capezzali, «viene fatto uno screening. Chi viene trovato con dei decimi di febbre o con dei sintomi riconducibili al coronavirus, viene accompagnato nel percorso di ingresso con un protocollo identico a quelli che, dopo il tampone, risultano positivi. Per tutti gli altri c’è una procedura di triage più simile a quella ordinaria».
Nessun aspetto di prevenzione viene trascurato.
ALLENATI DALL’EBOLA. «Abbiamo del vestiario e dei protocolli simili a quelli adottati durante l’emergenza dovuta al virus Ebola», viene sottolineato. «Protocolli per cui siamo stati formati in passato».
Tra le misure di prevenzione c’è anche il tampone per tutti gli operatori sanitari.
Alcuni di questi sono a casa, in quarantena, dopo aver contratto il virus in corsia. Inoltre, da qualche tempo, il personale si sottopone anche a prelievi del sangue.
Non solo, al di fuori della retorica di questo tempo sospeso, l’impegno di medici e infermieri non li risparmia da diffidenza e critiche.
I “SOLITI” SOSPETTI. «Abbiamo un percorso privilegiato per raggiungere il supermercato», spiega, «in modo da fare la spesa e rientrare subito in servizio. Ma molti clienti, sapendo che lavoriamo che pazienti a contatto con il virus, ci guardano di traverso, lo si percepisce facilmente».
Non sono nuovi, infatti, casi di discrimazione, nei condomìni e nei quartieri, nei confronti soprattutto di infermieri e personale socio-sanitario, che lavorano all’interno degli ospedali Covid e nei reparti di terapia intensiva e Malattie infettive, dove vengono ricoverati i pazienti affetti da coronavirus o soltanto sospettati di avere contratto il virus.
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