«Un popolo è civile solo perché legge»

29 Aprile 2017

La scrittrice Dacia Maraini si confronta coi ragazzi: in Italia la libertà di stampa e la verità non sempre vanno di pari passo

AVEZZANO. «La lettura ci permette di mettere in moto l’immaginazione, senza la quale siamo vegetali». Queste le parole di Dacia Maraini, scrittrice contemporanea e personalità del mondo della letteratura, con cui ha aperto la conferenza con gli studenti del Liceo classico “Alessandro Torlonia”, tenutasi ieri nell’aula magna dell’istituto. La scrittrice ha precisato come la natura dell’incontro sia stata quella di un dialogo tra lei e gli alunni accorsi in quanto: «Le conferenze sono noiose, mentre il dialogo, essendo più diretto, permette di relazionarsi meglio e di capire meglio cosa le persone mi chiedono». Sono intervenuti all’evento la preside Annamaria Fracassi e i giornalisti del Centro, Domenico Ranieri e Roberto Raschiatore. La mattinata è stata intervallata dalla musica, con la voce di Ermanno Piccone e la chitarra di Mariangela Palumbo.
Secondo lei oggi si legge troppo poco? Quanto è importante per lei la lettura?
«Un popolo è civile solo perché legge, e non lo dico io, ma le grandi statistiche mondiali. Non sentirete mai dire che un popolo è civile perché guarda la televisione: oggi è infatti fondamentale stabilire la differenza tra formazione e informazione. L’informazione è ormai raggiungibile in ogni momento, anche con un solo clic, mentre per la formazione è necessaria la nostra partecipazione, attiva e complessa. E per questo i libri sono fondamentali, mettono in moto la nostra immaginazione, ci fanno riflettere, viaggiare».
Visti i continui soprusi cui vengono sottoposte le donne, crede davvero che le donne oggi siano realmente emancipate?
«Sicuramente viviamo in una società profondamente mutata rispetto a quella che era pochi decenni fa, ma è un cambiamento ancora in atto e molto lento. Questa trasformazione ideologica è dovuta a consuetudini culturali e valori patriarcali che a lungo hanno dominato la nostra società. Ma il nostro Paese può essere preso come esempio, se comparato ad altri, per le conquiste fatte dalle donne. Nonostante questo, è ancora evidente come la società crei delle etichette ben distinte fin dall’infanzia fra maschi e femmine, come ad esempio nei negozi di giocattoli, dove troviamo reparti specifici per i due sessi. Per i bambini vengono venduti giocattoli come camion, costruzioni e armi di plastica, mentre alle bambine vengono proposte soprattutto bambole e cucine, per abituarle a un futuro ruolo domestico, creando così una netta e offensiva distinzione».
Nel suo ultimo romanzo “La bambina e il sognatore” il protagonista è un uomo, a differenza degli altri romanzi. Come mai questo cambiamento?
«In realtà, non è stata una decisione premeditata, ma durante una delle mie visite in varie scuole elementari, ho incontrato molti insegnanti, uomini, che mi hanno commosso con la loro passione per un lavoro che è di solito occupato da donne. Ho perciò voluto trasmettere la loro dedizione tramite il protagonista del mio romanzo».
Quale pensa sia oggi il ruolo degli intellettuali e dei giornalisti?
«Il termine intellettuale indica una categoria molto vasta che comprende figure come il giornalista, lo scrittore ed anche l’insegnante. Ciò che in particolare raccomando è di avere un buon rapporto con la verità. Non esiste ovviamente una verità assoluta, c’è una differenza sostanziale tra verità astratte e verità dei fatti. Solo a quest’ultima l’intellettuale deve dare rilevanza, solo a ciò che vede e che conosce, soprattutto in un Paese come l’Italia, in cui la libertà di stampa e la verità non sempre vanno di pari passo».
Quali consigli darebbe a noi giovani che dobbiamo scegliere un percorso universitario e lavorativo?
«Purtroppo vi è nel nostro Paese un gran numero di ragazzi che seppur riesce a laurearsi, anche con ottimi voti, non trova lavoro ed è costretto ad andare all’estero. La fuga di cervelli rappresenta una grossa perdita, in quanto queste persone, su cui si è investito molto, finiscono per generare ricchezza altrove. Il progetto Erasmus è una delle iniziative migliori realizzate dall’Europa. È però necessario che i ragazzi coinvolti ritornino in patria con il loro arricchito bagaglio culturale per far crescere il Paese. Inoltro, il mondo del lavoro sta mutando in fretta e molti lavori sono destinati a scomparire a causa delle nuove tecnologie. Ci si deve dunque rendere dinamici e avere il coraggio di mettersi in gioco e di fare impresa puntando all’eccellenza».
Cosa pensa dei premi letterari? Premiamo realmente il talento degli scrittori o sono condizionati dagli interessi delle case editrici?
«Non li amo molto, ma in un Paese come il nostro in cui si legge poco, siamo addirittura ultimi in Europa, hanno il merito di rendere visibili i libri e creare curiosità intorno ad essi. Nei premi più grandi e facoltosi vi è il rischio più grande di alterazioni».
L’immigrazione occupa nel nostro Paese le pagine di tutti i giornali: pensa sia realmente possibile l’integrazione tra popoli così diversi?
«Dopo l’ultima guerra si pensava che il razzismo fosse morto, ma si può dire che questo, cacciato dalla porta, rientri dalla finestra. Il razzismo è paura del diverso. L’integrazione è possibile ma va organizzata: alcuni Paesi europei hanno chiuso le frontiere ai migranti mentre l’Italia, rispondendo a leggi morali e scritte, si ritrova in prima linea nel salvare i migranti in difficoltà. Anche il papa si è impegnato a diffondere un messaggio di solidarietà e accoglienza. Oltre a collaborare, bisognerebbe aiutare queste persone a pacificare e ricostruire i Paesi di provenienza. Ma progetti simili non interessano molto alla politica perché non portano consensi immediati».
Antonio Santucci
Giulia Serafini
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