Vent’anni senza Giò Kappa, innovatore tv

L’AQUILA. «Siamo qui con l’amico...facci una scheda tecnica del paese... dicci com’è la situazione...». Bastava questo incipit, spesso senza una domanda vera e propria (era sufficiente porgere il...
L’AQUILA. «Siamo qui con l’amico...facci una scheda tecnica del paese... dicci com’è la situazione...».
Bastava questo incipit, spesso senza una domanda vera e propria (era sufficiente porgere il microfono davanti al...malcapitato di turno) ad aprire un mondo. Fatto di semplicità e nonsense. Dalla Perdonanza alla festa di paese, dal Cica Cica Bum di Centi Colella al mercato di piazza Duomo, tra personaggi come il mitico Carbonella oppure Mario, l’uomo delle uova che ogni volta trovava un personaggio storico da raccontare. Quasi sempre all’ora di smontare il banco. Era questo il palcoscenico di Giò Kappa, Giuseppe Massari, che una malattia dal decorso rapidissimo e implacabile ha strappato alla vita ormai 20 anni fa. Ne aveva 44.
Antesignano di quella che, più tardi, sarebbe stata definita tv-verità, non amava le celebrazioni né la ribalta. Quindi, probabilmente, neppure gli elogi postumi. Con telecamera in spalla e braccio disteso per avvicinare il suo microfono, ha scritto una pagina di televisione popolare. È stato ritenuto un visionario, innovatore chissà quanto consapevole nel linguaggio e nei tempi televisivi, antesignano della tv “alla Ciprì e Maresco”. Tutti, almeno una volta nella vita, hanno avuto a che fare con le sue scorribande surreali. “I miei”, scriveva nel 1998, come annota il figlio Flavio, che ne custodisce la memoria (e le preziose videocassette), “sono programmi popolari che coinvolgono direttamente la gente, e sono tesi a rappresentare la realtà quotidiana per quella che è, senza artefazioni e finzioni. In un momento in cui le tv nazionali non riescono a superare il cliché che tutti i programmi devono essere lustrini e paillettes, per non parlare delle soap opera in cui tutti sono belli, ricchi, cinici e infallibili, credo sia un obbligo morale per tutti aprire una riflessione su questo tema. Ho verificato personalmente che quando fai parlare il contadino con la sua faccia rugosa e magari in dialetto, o l’ambulante che vende la frutta nel mercato, ottieni già un effetto dirompente, è la realtà che appare finta, perché non è più rappresentata”.
Manca da 20 anni. Il terremoto, oltre a tutto il resto, si è portato via anche un premio di giornalismo per le scuole, a lui dedicato.(e.n.)

