«Vi racconto Borsellino e quei quattro giorni felici tra la natura d’Abruzzo»

Parla il cugino Bruno Lepanto, l’ex segretario nel Comune di Alfedena Era il settembre 1976, il giudice siciliano arrivò insieme a moglie e figli
ALFEDENA. Fu una telefonata inaspettata: «Ci siete? Passiamo a trovarvi». Così il giudice Paolo Borsellino annunciò al cugino Bruno Lepanto l’arrivo in Abruzzo. Era il settembre 1976. Di quella breve villeggiatura, durata quattro giorni, rimangono degli scatti in alcuni luoghi simbolo del Parco d’Abruzzo, i ricordi della figlia del magistrato, Lucia, trascritti in un diario, e tanti aneddoti mai sbiaditi. Sono trascorsi 46 anni da quei giorni. Che Lepanto rivive in memoria del giudice assassinato il 19 luglio 1992 insieme a cinque uomini della sua scorta nella strage di via D’Amelio a Palermo.
UN ARRIVO IMPROVVISO
Lepanto, figlio della sorella del padre di Borsellino, dopo gli studi a Palermo decise di diventare segretario comunale. Il suo primo incarico fu ad Alfedena nell’Alto Sangro. Vi arrivò nel 1973. Rimase in paese fino al giugno del 1977. Ma ancora oggi ha delle amicizie. Lepanto aveva un legame profondo con il cugino Paolo Borsellino, all’epoca già nella magistratura. Lo aveva invitato spesso in Abruzzo e proprio quando meno se l’aspettava, una mattina di settembre del 1976, arrivò la telefonata del giudice che annunciava il suo arrivo. «In quel periodo aveva lasciato Monreale ed era già a Palermo (all’ufficio istruzione del tribunale, ndc) ma ancora non aveva la scorta», ricorda l’ex segretario comunale, «quando partirono dalla Toscana, lui, la moglie e i tre figli, mi rintracciarono al telefono, mi chiesero se c’ero e mi annunciarono che sarebbero passati a trovarci. Rimasero tre notti, poi ripartirono».
IL SOGGIORNO NEL VERDE
Ad Alfedena, Lepanto accolse Borsellino, la moglie Agnese e i figli Lucia, che aveva 7 anni, Manfredi di 6 e Fiammetta di 3. «Siamo sempre stati molto legati e la sua visita fu una gioia», ricorda il cugino del giudice, «ci organizzammo per fargli visitare la zona. Andammo a Pescasseroli, incontrammo degli amici di Castel di Sangro, poi alla Camosciara (dove il 10 settembre venne scattata la foto di famiglia, ndc) e al piccolo lago della Montagna Spaccata di Alfedena. Furono giorni di spensieratezza e Borsellino apprezzò questi posti, le persone, la cucina. Ci sono diversi scatti di famiglia di quei giorni, uno lo ricordo bene. Paolo aveva paura degli animali e lo fotografai mentre era sull’amaca nel giardino di casa, con sotto il nostro cane che lo guardava. L’animale aveva fiutato la sua paura e lo seguiva ovunque. In Abruzzo venne da uomo libero. Qualche anno dopo passò a trovarmi in Veneto, dove nel frattempo mi ero trasferito, ed era già sotto scorta. E tutto era molto diverso».
I RICORDI DI LUCIA
«Lucia, la figlia più grande di Paolo», prosegue l’ex segretario, «teneva un diario di viaggio e annotava tutto, giorno dopo giorno. Sia su quel diario, che in un successivo tema a scuola, ricordò quei giorni in Abruzzo». Lucia scrisse tra le pagine del suo diario: «Venerdì siamo andati a visitare il Parco nazionale d’Abruzzo. Io, Manfredi, papà e zio Bruno, abbiamo fatto una passeggiata in mezzo al bosco e siamo arrivati alle cascate. Abbiamo bevuto l’acqua ghiacciata del ruscello e ci siamo fatti la fotografia. Poi siamo andati a Pescasseroli a vedere gli animali. Abbiamo visto cerbiatti, tre orsi, tre lupi, due aquile, api, serpenti che lasciavano la pelle che gli ricresceva e tante altre cose. I lupi andavano avanti e indietro. Domenica siamo andati in un bosco dove abbiamo incontrato dei cacciatori. In questo bosco papà chiamava un nome e l’eco rispondeva».
Il GIORNO DEL DOLORE
Terminate le brevi vacanze in Abruzzo, Borsellino e famiglia tornarono a Palermo. Il cugino Lepanto nel giro di pochi mesi venne trasferito in Veneto, mentre al giudice quattro anni dopo venne assegnata la scorta. Le vite dei due cugini cambiarono, ma la loro complicità restò immutata. «Era il luglio del 1992 quando arrivai a Palermo», continua Lepanto, «Paolo mi ospitava a casa sua e se non c’era lasciava le chiavi in portineria. Aveva proposto di andare a trascorrere la domenica al mare a casa del suocero. Partimmo e lui ci raggiunse più tardi perché aveva da lavorare. Nel pomeriggio disse che doveva andare via perché un amico cardiologo avrebbe visitato la madre prima di andare in ferie. La scorta passò a prenderlo e partì per Palermo. Ricordo che in tv c’era il Tour de France. Mia figlia lesse dei sottotitoli che parlavano di un’esplosione nella quale era coinvolto un magistrato. Venne lei ad avvisarci. Iniziammo a fare le telefonate per informarci, fino a quando arrivò la notizia ufficiale: Paolo e la sua scorta erano stati uccisi. Un dolore per tutta l’Italia, per me ancora di più. Mi restano anche i ricordi di quei giorni felici in Abruzzo».

