«Via le targhe in plastica dai palazzi restaurati»
L’AQUILA. Il sindaco Massimo Cialente non perde un’occasione per ribadire al mondo intero e alla sua città che «nel giro di 10-11 anni L’Aquila avrà il centro storico più bello d’Europa». E...
L’AQUILA. Il sindaco Massimo Cialente non perde un’occasione per ribadire al mondo intero e alla sua città che «nel giro di 10-11 anni L’Aquila avrà il centro storico più bello d’Europa». E passeggiando per le vie ancora in gran parte ferite dal terremoto e strette nel caos dei cantieri della ricostruzione, ci si rende conto che la città potrebbe davvero diventare più bella di prima: spuntano gli edifici riconsegnati già alla cittadinanza come veri e propri gioielli di architettura, come i palazzi Fibbioni o Cappa, solo per fare qualche esempio, e crescono i casi di palazzi in ristrutturazione in cui è emerso che gli interventi fatti dopo il sisma del 1703 avevano coperto le architetture del ’400, ora recuperate.
Peccato, però, notare che, dopo avere speso centinaia di migliaia di euro, qualche volta milioni, in restauri e ristrutturazioni, i numeri civici vengano stampati in targhe non più grandi di 15 centimetri per 10 di plastica bianca. «È come se una bella donna, un po’ in là con l’età, va dal chirurgo estetico a rifarsi le labbra e, poi, le colora con un rossetto di scarsa qualità: insomma, sul viso stona». Una considerazione che a Duilio Miocchi, ex titolare dell’impresa di restauro e consolidamento “Miocchi e Ianni”, con alle spalle centinaia di restauri importanti come la basilica di Collemaggio tra gli anni ’60 e ’80, nasce proprio dal cuore. Ottantacinque anni appena compiuti, Miocchi non si capacita che venga gettato nel dimenticatoio il lavoro da lui fatto con pazienza 30 anni fa. «Per una città bella veramente, nessun particolare dev’essere lasciato al caso, nemmeno le targhe stradali, i numeri civici, gli “odonimi” stradali dipinti in affresco che io ho recuperato strada per strada, palazzo per palazzo». «All’epoca», racconta l’imprenditore in pensione, conosciuto anche per essere l’autore dei famosi poster delle bifore, dei comignoli e dei rosoni della città, «la domenica prendevo i miei figli ancora piccoli e giravo le vie della città scovando questi reperti storici, identificabili in intonaco di varie dimensioni: erano affrescati in policromia rosso/nero secondo un’ordinanza probabilmente datata 1791 del re di Napoli Ferdinando I di Borbone, con la denominazione delle strade e la numerazione delle abitazioni».
Miocchi li riprodusse in modo del tutto uguale all’originale «con il metodo dell’affresco, da Porta Bazzano a Palazzo Centi, da via Cesare Campana alla casa di Buccio di Ranallo. Con l’unica differenza di apporli su mattonelle in cotto per i numeri civici e su lastre di pietra per i toponimi delle strade e delle piazze, con le stesse dimensioni del ’700», spiega. Una procedura che dovrebbe essere recuperata più che mai in questa fase della ricostruzione, «almeno nelle vie storiche della città», chiarisce, lavoro per il quale sforzo e costi sarebbero minimi: per realizzare una targa stradale, per esempio, servono 125 euro, 70 per un numero civico.
«Mi piacerebbe che i restauratori e gli architetti che oggi hanno in mano la ricostruzione riprendessero quel mio lavoro, come sta facendo per l’aggregato Gualtieri, a Santa Giusta, l’architetto Massimo Buccella». Quello stesso Buccella che, da studente universitario, andava spesso, insieme all’urbanista Pierluigi Properzi a osservare il lavoro di Miocchi, «direttamente in cantiere». Segno che un buon insegnamento, unito a buona volontà, resta nel tempo. (m.g.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

