Villa demolita dal Comune «Danni per 800mila euro»

25 Luglio 2021

Sant’Elia, l’abbattimento fu eseguito senza informare il proprietario dell’edificio Chiesto maxi risarcimento in Cassazione, tra le macerie un quadro del Patini

L’AQUILA. È finita in Cassazione una causa civile che va avanti da 12 anni e che vede contrapposti il Comune dell’Aquila e un avvocato, Alessandro Marchetti, proprietario di una villa che nel post sisma del 2009 fu demolita, si disse per motivi di sicurezza, senza però a quanto pare che il proprietario fosse stato avvertito. Lo si apprende da una delibera di giunta con la quale il Comune dell’Aquila ha autorizzato l’avvocatura a «resistere in giudizio» in Cassazione. Nell’atto comunale si premette che «l’avvocato Marchetti, sull’assunto di aver subito danni a causa della demolizione in via urgente di ciò che restava della villa Signorini-Corsi a Sant’Elia, ha avviato un’ormai decennale azione risarcitoria. Il Comune ha ottenuto in appello di accollare il risarcimento, esclusa la franchigia contrattuale, a una società di assicurazione. È però pervenuto il ricorso per Cassazione dell’avvocato Marchetti al quale – in continuità con la difesa spiegata nei gradi di merito – occorre opportunamente resistere mediante controricorso ed eventuale ricorso incidentale». Una vicenda di cui si è più volte parlato. Nel 2016 quando la questione approdò nelle aule di giustizia la proprietà sostenne con forza che «la villa, ricca di opere d’arte e mobili di valore, venne abbattuta subito dopo il sisma da parte del Comune senza avvisare il titolare, l’avvocato Alessandro Marchetti, che non ebbe modo di salvare gli oggetti preziosi che erano dentro, tra i quali un quadro di Teofilo Patini». Il Comune fu citato per circa 800 mila euro di danni. Nell’atto di citazione, inoltrato all’epoca tramite l’avvocato Riccardo Lopardi, si precisava che «la villa settecentesca a Sant’Elia era sottoposta a vincolo della Soprintendenza. Il padrone di casa non fu informato della demolizione e con sdegno e meraviglia constatò che l’intero fabbricato era stato abbattuto senza tentare il recupero del mobilio». Nella citazione si parlava di «brutale e sconsiderata demolizione». Oltre al quadro di Patini sarebbero andate distrutte due credenze del 1700, un pianoforte dell’Ottocento, un tavolo ovale di tre secoli fa, una peschiera del 1700, busti in porcellana e altro. Quello che si contesta non è tanto la demolizione in sé ma le modalità. In sostanza il Comune avrebbe potuto adottare un diverso criterio di abbattimento salvaguardando quello che è poi risultato danneggiato. Il Comune nelle controdeduzioni presentate all’epoca scriveva che vista la precarietà del manufatto, sarebbe risultato opportuno procedere subito alla demolizione per ovvie esigenze di sicurezza. Si sosteneva, inoltre, che la movimentazione delle macerie si rese necessaria al fine di sgravare dal peso delle stesse il muro di contenimento realizzato in prossimità di una struttura ricettiva. (g.p.)
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