Visconti: servizio postale carente

5 Febbraio 2015

Lo scienziato affronta il tema del recapito durante i giorni di maltempo: «Denuncio gravi disservizi»

L’AQUILA. Una nota di protesta sul problema del recapito postale è al centro di un documento a firma dello scienziato Guido Visconti.

«In una città ancora disastrata», scrive il climatologo, «può sembrare trascurabile parlare ancora una volta dei disservizi postali ormai diventati insopportabili. Tutta la città, malgrado le polemiche, sembra che sia comunque determinata a tornare a livelli normali di funzionamento mentre i servizi postali sono peggiorati in modo evidente dopo il terremoto. Guardacaso, questo ha coinciso con la progressiva privatizzazione delle Poste. La posta non viene recapitata per giorni, si chiudono uffici postali per la rottura dei termosifoni e via discorrendo. Allo stesso tempo i presunti super manager che dovrebbero dirigere la baracca invece di preoccuparsi del loro scopo principale che è quello di recapitare la corrispondenza pensano a buttare i soldi sull’Alitalia oppure a trasformare le Poste nell’ennesima banca boccheggiante. Parallelamente si chiudono i piccoli uffici postali la cui gestione vale meno dello stipendio di un consigliere regionale e si privano dei paesi in certi casi dell’unico collegamento con lo stato italiano. Quando è tempo cattivo la posta viene recapitata ancora meno e non parliamo di quando “tempo cattivo” significa “neve”. Allora (probabilmente perché le Panda non hanno le gomme antineve) la posta proprio non si vede e uno si chiede cosa fanno i postini in quei giorni, prendono le ferie? Bisogna addirittura auspicare che i postini non vengano multati per questo perché il servizio subirebbe una catastrofe definitiva. Quando io ero ragazzino il postino passava due volte al giorno 6 giorni la settimana come succede ancora in gran parte dei paesi civili. Ma la nostra civiltà non si cura di queste cose perché i grandi manager ci dicono che fra poco arriverà il postino elettronico che esisterà solo nel nostro paese e nella mente di qualche manager. Forse questi signori dovrebbero passare un periodo di istruzione negli Usa o in Inghilterra dove le buchette delle posta sono dei tabernacoli (da noi non si trovano più) per la loro sacralità e dove la raccomandata è un oggetto di una rarità eccezionale (da noi invece non arriva semplicemente). Negli Usa l’ufficio postale nei paesini in mezzo al deserto coincide con lo spaccio locale, dove si appendono ancora gli avvisi di most wanted ma che crea la sensazione che ci sia una nazione rispettosa e servizievole coi suoi cittadini. Da noi se la posta non arriva non si sa con chi reclamare perché i numeri telefonici non si trovano e quando si trovano squillano inutilmente perché nessuno risponde. Provate a entrare nel sito di Poste Italiane o a chiamare un numero verde e vi accorgete di essere entrati nella casa delle scimmie. Se non vi arriva una rivista dagli Usa, vi dicono che per il reclamo dovete citare la data di spedizione o il mittente o addirittura il contratto (così chiama l’abbonamento, il malcapitato impiegato). Le domande da farsi sono molte e cioè se questo è il risultato dell’efficientismo dei manager di cui sopra. Infatti, se l’efficientismo consiste nel tagliare i servizi di base, siamo capaci tutti. Vorrei capire se anche le cosiddette missioni di pace all’estero soffrono degli stessi problemi o se i soldati italiani si fanno male da soli. Costano 3 miliardi all’anno ma sono una specie di tabù intoccabile: la posta è inutile, le industrie decotte no. Per avere qualche postino “supplente” (come c'erano) non s’intacca il numero di Lince comprati all’Iveco. Infine il problema della trasparenza. Questo è un paese di gente che avendo un minimo di potere (anche quello di fare il capufficio) si ritiene irraggiungibile da chi gli paga lo stipendio, cioè quelli che pagano le tasse».

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