Vite sospese sotto al ponte della discordia

2 Settembre 2020

Viaggio tra i residenti delle abitazioni al centro del dibattito sulla demolizione del cavalcavia, tra umidità e abbandono

L’AQUILA. «Sono mesi, ormai, che si parla del Ponte Belvedere, c’è chi lo vorrebbe abbattere per rifarlo da capo e chi invece vorrebbe tenerlo così com’è. In giro ci sono progetti, delibere e determine, chiacchiere a più non posso ma di noi – inquilini e proprietari degli appartamenti dell’edificio al civico 29 – che abitiamo sotto il ponte, nessuno si occupa e preoccupa». Più che un grido di allarme è un atto di accusa quello che parte dai residenti di un palazzo – costruito nel Ventennio – sul quale, negli anni Sessanta del secolo scorso, fu realizzato il cavalcavia (che oggi viene inopinatamente definito ponte) che ha dato, soprattutto in anni recenti, mille problemi a chi ci abita.
VITE SOSPESE. Per capire bene la situazione che vive una quarantina di cittadini aquilani bisogna andare a vedere e toccare con mano quella che è una vera e propria emergenza. La pioggia dei giorni scorsi ha reso il cavalcavia un gocciolatoio. Basta passarci sotto a piedi o con la macchina per rendersene conto. Ma è dentro l’edificio che l’umidità la fa da padrona. Non c’è appartamento dove non ci siano ampie tracce di muffa sui muri. I cortili sono bagnati, uno è ridotto a immondezzaio (c’è un materasso buttato da un lato e intriso d’acqua), ci sono mobili misteriosamente poggiati qua e là. Al quarto piano, in un angolo, c’è un televisore abbandonato in quel posto da anni. Ma quello che agli inquilini fa più rabbia è che quando vengono tirati in ballo nei discorsi delle “autorità” sul “Ponte Belvedere” si parla di loro come se fossero anonimi pacchi postali.
L’ABBATTIMENTO. Il Comune ha deciso (a meno di ripensamenti che in politica non sarebbero una novità) che il “Ponte Belvedere” dev’essere abbattuto e rifatto in base al progetto dell’archistar Volkwin Marg. Il progetto prevede che al posto del civico 29 sorgano dei parcheggi. «A noi», dice l’inquilina Mara Sciarretta, «di come rifaranno il cavalcavia non interessa nulla, che ci mettano pure archi, torri e quant’altro. Noi da qui vogliamo andarcene e subito. Finora abbiamo avuto qualche incontro con l’Ater, proprietaria di gran parte del palazzo, ci è stato chiesto se volevamo andare altrove, abbiamo detto sì, ma in realtà nero su bianco non c’è nulla e stiamo qui in attesa che lorsignori decidano del nostro futuro e delle nostre vite».
«ARRIVA L’INVERNO». Insomma, si chiedono risposte certe e in tempi brevi. «Sta arrivando l'inverno», dice la proprietaria di uno degli appartamenti (i proprietari sono 13, gli inquilini Ater 27), «cosa dobbiamo ipotizzare, di passare ancora mesi in questa situazione assurda in cui viviamo?». Dal quarto piano la campata del cavalcavia fa paura. Ci sono le tracce in blu di un recente intervento (in sostanza sui ferri scoperti e arrugginiti è stata messa una speciale vernice colorata), intervento fatto dopo che alcuni calcinacci si sono staccati e per poco non sono finiti in testa a una persona. Ma è come dare l’aspirina a un moribondo. Le tracce di degrado (causato anche da una manutenzione mai fatta in passato) sono evidenti dappertutto. Ieri mattina lo scolo dell’acqua dal “ponte” era continuo. D’inverno il gelo la fa da padrone e mette a dura prova tetto, muri e finestre.
PIOVONO CALCINACCI. Il 5 agosto, meno di un mese fa, è stato chiesto di nuovo l’intervento dei vigili del fuoco per un’altra caduta di calcinacci. La cosa inspiegabile è come mai non si sia pensato ad abbattere l’edificio già nel post-sisma. Poteva essere il primo atto di una riqualificazione che avrebbe dovuto tenere conto anche del “Ponte Belvedere” e di tutto il contesto intorno. Invece nessuno si pose il problema. L’edificio fu addirittura classificato A, poi declassato a B. Furono fatti lavori di ristrutturazione (sui quali gli inquilini non hanno potuto mettere becco) spendendo un bel po’ di soldi pubblici (circa 20.000 euro in media ad appartamento). Ma su quei lavori e su tanti altri relativi a case B andrebbe scritta una storia a parte. Chi non ricorda volantini sparsi per la città con ditte improvvisate che si offrivano per “aggiustare” edifici classificati A e B promettendo che avrebbero fatto tutto loro, autorizzazioni comprese. Anche su questo aspetto avrebbe dovuto indagare la “famosa” commissione parlamentare istituita in Senato nel novembre del 2016 e mai diventata operativa. Nessuno quell’inchiesta la farà mai, altrimenti tanti monumenti agli eroi della prima, seconda e terza ora andrebbero abbattuti.
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