Vittorini: «La città ha curato le sue cicatrici»

17 Gennaio 2021

L’ex soprintendente a sostegno della candidatura: «Visibili le tracce di una resilienza secolare»

L’AQUILA. «L’Aquila è stata e vuole tornare a essere, città d’arte e di cultura». Lo afferma Alessandra Vittorini – direttrice della “Fondazione Scuola beni e attività culturali” e Soprintendente per L’Aquila e cratere dal 2012 al 2020 – che interviene a sostegno della candidatura dell’Aquila a “Capitale della cultura 2022”.
CROLLA E RINASCE. «Il capoluogo dalla sua fondazione convive con i terremoti», dice Vittorini. «La città da sette secoli crolla e rinasce su sé stessa, conservando nei suoi muri e nella sua stessa forma le tracce della sua secolare resilienza. A questo si riferisce l’immagine prescelta per il logo, con una cicatrice impressa sul suo monumento simbolo: quella basilica di Collemaggio, luogo identitario e fondativo, che ininterrottamente da oltre 700 anni ospita la celebrazione della Perdonanza Celestiniana, oggi riconosciuta Patrimonio immateriale dell’Umanità. La riparazione delle ferite, la cura delle cicatrici – di cui il curatore della candidatura Pier Luigi Sacco ci ha offerto una interpretazione suggestiva e poetica con l’immagine dell’antica pratica giapponese del kintsugi – è il nostro mestiere. È quello che abbiamo messo in campo nell’impresa difficile e appassionante che ci ha chiamato al recupero e alla ricostruzione dell’immenso e ricco patrimonio culturale devastato dal sisma. Tutti noi che operiamo nel Mibact, negli uffici responsabili della tutela, della conservazione, del restauro, ci abbiamo lavorato con passione sin dal 2009: la Direzione regionale, poi Segretariato regionale, le Soprintendenze e in particolare la Soprintendenza per L’Aquila e cratere che ho avuto il privilegio e l’onore di dirigere fino all’agosto 2020».
I RESTAURI POST-SISMA. «Nei tanti interventi di restauro – sia quelli effettuati direttamente sia in quelli accompagnati passo dopo passo nelle fasi di controllo dei progetti e dei cantieri – la riparazione non ha solo restituito ciò che si era perso, ma ha conferito a luoghi e monumenti un nuovo significato», afferma Vittorini, «ne ha restituito una bellezza a volte ignorata, ne ha svelato aspetti e visioni prima sconosciuti, ha introdotto – come nel kintsugi, che ripara con l’oro le fratture degli oggetti – un valore aggiuntivo. Perché restaurare e ricostruire il patrimonio culturale di una città e di un territorio dopo la tragedia e le ferite di un sisma non vuol dire solo riparare pietre. Vuol dire riparare anime, persone e comunità. Vuol dire alimentare e moltiplicare il valore dell’identità collettiva nella sua appartenenza ai luoghi e alla sua storia. Se, come recita il dossier di candidatura, la cultura “preserva la città nella trasformazione, interpretando, nella bellezza che contiene, la memoria come l’evoluzione” e gli aquilani dal 2009 in poi ne hanno cercato l’anima “in ogni gesto, in ogni segno, in ogni odore, in ogni angolo, in ogni pietra, in ogni pezzo di muro, in ogni crepa”, allora si può ragionevolmente ipotizzare che il lavoro per dare un’anima alla ricostruzione fisica non inizia oggi, ma è iniziato da anni, con il recupero del patrimonio culturale e lo straordinario impegno di tutti coloro che lo hanno portato avanti. A partire da quella tragica mattina del 6 aprile 2009. Oggi L’Aquila, nel suo proporsi come knowledge city, basata su conoscenza, eccellenza scientifica e culturale, qualità ambientale e resilienza sociale, non dovrà dimenticare quest’importante componente dei tanti saperi e delle tante competenze che la ricostruzione ha messo a sistema e valorizzato. E che potrà alimentare in modo sostanziale anche il suo essere città Capitale della cultura».
CITTÀ CANTIERE. «L’Aquila è una città-cantiere – il più grande d’Europa – ma è anche e soprattutto una città-laboratorio di restauro», sottolinea l’ex soprintendente, che continua: «Oggi L’Aquila, per tutti, è il suo ritrovato volto di città d’arte, è il suo sistema di spazi pubblici restaurati, con nuove forme, nuovi colori, nuove funzioni per i luoghi di interesse culturale, capaci di costruire appartenenza e spirito positivo. La ricostruzione non li ha solo restituiti all’integrità, alla solidità, alla bellezza ma li ha offerti a una nuova vita, che potrà riportarvi dentro le vite e le funzioni di prima o disegnarne altre, nuove e inedite. Una lezione preziosa da consolidare e sistematizzare, anche per metterla al servizio delle tante difficili ricostruzioni che tornano periodicamente ad investire i nostri territori che tremano. Il risultato raggiunto conferma che, davvero, ne valeva la pena. Perché è proprio il difficile e complesso lavoro di cura delle ferite del sisma che dà forma e sostanza alla metafora poetica e suggestiva di Leonard Cohen “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce”. E, proprio come l’oro nel kintsugi, la riparazione degli oggetti distrutti li arricchisce di valore, attribuendo loro nuovi più profondi significati», conclude.
©RIPRODUZIONE RISERVATA