Zuppi: «I miei genitori si sposarono qui»

29 Agosto 2020

L’arcivescovo di Bologna (pronipote del compianto Confalonieri): «La mia famiglia nasce all’Aquila»

L’AQUILA. Teologia e ricordi personali. Dotrina sociale della Chiesa e consigli pratici di vita. L’omelia del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e pronipote del compianto Carlo Confalonieri, pesca dalla sacra scrittura, ma anche dal cuore. Ecco ampi stralci del discorso.
«LA MIA FAMIGLIA NASCE QUI». «Sono grato al Signore e al Cardinale Arcivescovo dell’Aquila per l’opportunità di bussare assieme a voi alla porta del perdono, facendoci pellegrini e mendicanti di amore insieme ai tanti che oggi avrebbero desiderato essere qui. Tutti abbiamo bisogno di perdono, di pace, di misericordia, della novità che è Gesù. “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo”. Chi entra qui trova Gesù che ci aiuta a vivere perché ci ama e ci insegna a scegliere quello che non finisce, quello che ci serve per davvero. Ma da qui si esce per amare il prossimo! Il cristiano non esce ma entra nella storia, la ama e in questa cerca di vivere l’amore che Dio gli fa conoscere. L’Aquila è un luogo per me familiare. Anzi, è all’origine della mia famiglia, perché i miei genitori si sposarono proprio qui, l’anno dopo la fine della guerra e promisero di amarsi davanti al Vescovo dell’Aquila di allora, il Cardinale Confalonieri, che poi ci accompagnò per tutta la vita con il tratto che ricordate, austero e dolce, cortese ed essenziale, amabile e fermo come chi cerca solo il Regnum tuum e non i suoi onori. Guardava negli occhi tutti, ma per Cristo non guardava in faccia nessuno! Egli difese la città degli uomini in anni di una violenza terribile. Sentiva ogni persona come affidata alla Chiesa. La sua determinazione a difendere e ricostruire insieme la casa comune, a farlo senza paura e senza interessi che non fosse il bene di tutti, senza farsi condizionare dalla paura e da furbizie, ha molto da dire in questa stagione dopo le rovine della pandemia».
«I VECCHI». «Vorrei sera ricordare», ha proseguito, «i miei genitori insieme ai vostri, non solo per ringraziarli, ma perché credo che dobbiamo tanto a questa generazione che ha ricostruito l’Italia. Molti “nostri” vecchi hanno perso la vita in queste dolorose settimane, isolati, non accompagnati come avrebbero e avremmo desiderato. Essi oggi sono con noi, in Colui che supera l’isolamento più grande, quello tra il cielo e la terra e si fa pellegrino divenendo per noi e per loro via, verità e vita, ieri, oggi e sempre. San Celestino era un uomo austero, senza compromessi, che indicò il cambiamento alla Chiesa e al mondo, in un tempo difficile, proponendo il solo Vangelo, l’umiltà, la preghiera, il docile servizio agli altri. Sì, così si riforma la Chiesa e si cambia il mondo. Ci ha donato la Perdonanza per liberare il nostro cuore dal male che lo rende lupo degli altri uomini e di noi stessi e aiutandoci a sentire il paradiso del perdono».
PANDEMIA DEL MALE. «Il male è sempre una pandemia: colpisce tutti e ognuno, si trasmette, ci rende contagiosi, ci fa credere di non stare sulla stessa barca e ci illude che pensando a noi stessi troviamo sicurezza dalla paura. La misericordia spezza questa catena, è il vaccino che ci affranca dal male e dalle sue conseguenze, che durano tanto a lungo. Chiediamo perdono per perdonare e disintossicare il nostro mondo, che non sa perdonare, dall’odio e dalla divisione. Non veniamo qui perché costretti dalla punizione di un Dio castigatore ma perché di fronte all’epifania del male capiamo le nostre complicità e avvertiamo la necessità di cambiare. Abbiamo bisogno di futuro. Noi non dobbiamo avere paura di chiamare il peccato peccato e non sbaglio! Non siamo più comprensivi giustificandolo o minimizzandolo, come se parlare di peccato equivalga a una condanna o ad un giudizio troppo severo o definitivo. Capiamo la misericordia se capiamo il peccato, la sua forza distruttiva e divisiva, come il figliolo che era “rientrato in sé” e torna a casa sapendo che andava trattato come uno dei suoi servi. Trova, invece, l’inaspettata misericordia del Padre che avrà sorpreso anche a lui oltre che il “giusto” fratello maggiore, che giudica ma non ama! Non difendiamoci da chi ci ama. Il Signore non condanna i peccatori ma il peccato».
L’INDIFFERENZA. «In questo anno così particolare il Papa ha indicato alcuni motivi per chiedere perdono nell’omelia in una Piazza San Pietro vuota, con il mondo intero abbracciato dalle braccia materne del colonnato, nel pieno della pandemia. Abbiamo creduto di vivere sani in un mondo malato e quindi siamo stati indifferenti verso la sofferenza altrui. Abbiamo sciupato con presunzione tante opportunità; ci siamo creduti a posto con stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego”, sempre preoccupati della propria immagine. Se siamo davvero sulla stessa barca, come essere indifferenti? Il peccato è sempre la rottura della fraternità, il banale pensare a sé, l’egoismo “sdrucciolo” e quello che diventa sistema di vita e di interessi personali e di gruppo. Non possiamo vivere isolati e il perdono ci aiuta a ricostruire la relazione per scoprire il nostro prossimo e che noi siamo prossimi di qualcuno! Il perdono ci restituisce a noi stessi perché ci ridona quello per cui siamo stati creati: amare. Sempre Papa Francesco ci ricordava come siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto, diventando avidi di guadagno tanto che “ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta”. “Non ci siamo fermati davanti ai richiami; non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie; non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato, anzi lo abbiamo azzittito, come se il problema fosse loro”. E questo è successo davanti ai tanti virus che colpiscono la nostra generazione, le pandemie della povertà, della fame, della guerra che producono frutti di morte. Il perdono ci rende nuovi per guardare al futuro con speranza e ci dona la passione e la leggerezza per metterci a farlo. Se vogliamo vivere dobbiamo cambiare, ad iniziare da ognuno di noi».