«A pugni volevano fermare i giornalisti»

27 Luglio 2024

L’aggressione ai danni dell’inviato Rai Daniele Piervincenzi, ecco le motivazioni della condanna per due giovani di Rancitelli

PESCARA. «Agirono per futili motivi e senza alcuna giustificazione razionale per impedire lo svolgimento di un servizio giornalistico diretto a documentare fatti di cronaca di interesse pubblico». Così, il giudice monocratico Nicola Colantonio, spiega nelle sue motivazioni la condanna di Jhonny Di Pietrantonio e di suo cugino Kevin Cellini, accusati di violenza privata e lesioni personali, per aver aggredito una troupe della Rai che voleva realizzare un servizio giornalistico nel noto Ferro di cavallo, poi abbattuto dal Comune di Pescara.
I fatti risalgono all’11 febbraio del 2019 e, qualche giorno prima, precisamente il 6 febbraio, la stessa troupe era stata allontanata da tre persone che minacciarono i giornalisti con un bastone per impedire loro di svolgere il proprio lavoro. La seconda “visita” ebbe invece conseguenze più gravi per l’inviato di Rai2 Daniele Piervincenzi, il filmaker Sirio Tommasi e il redattore David Chierchini: finirono tutti e tre al Pronto soccorso per quell’aggressione ricevuta proprio dai due imputati che volevano impedire alla troupe di portare a termine il loro servizio per un’inchiesta della trasmissione di Rai2 “Popolo Sovrano”, sul clan della periferia di Pescara che aveva appunto trasformato il Ferro di Cavallo in una centrale di spaccio della droga. L’aggressione venne ripresa dalla stessa troupe e fu una poliziotta ad individuare i due responsabili: per Di Pietrantonio fu facile in quanto aveva agito a volto scoperto; mentre Cellini con il volto parzialmente coperto, venne comunque riconosciuto «per le fattezze fisiche e le movenze ed in quanto, identificato presso la questura di Pescara, indossava lo stesso abbigliamento ritratto nel video dell'aggressione».
Nel filmato effettuato dalla troupe Rai, poi fatto acquisire dal pm Luca Sciarretta che ha seguito l’inchiesta conclusa con la condanna dei responsabili di quel gravissimo fatto di cronaca, «senza ombra di dubbio», scrive il giudice Colantonio, «si vede Di Pietrantonio colpire in un primo momento con uno schiaffo sul volto Piervincenzi per poi allontanarsi e colpire nuovamente con un pugno il giornalista, dando così impulso all'aggressione ai danni delle persone offese; nella circostanza interveniva Cellini che concorreva con le condotte aggressive del Di Pietrantonio». Secondo il giudice, la penale responsabilità degli imputati è stata acclarata dalle risultanze processuali e, per quanto riguarda la determinazione della pena, il giudice evidenzia i «numerosi precedenti penali anche specifici» dei due imputati, difesi dall’avvocato Roberto Serino. E quindi Di Pietrantonio (che fu anche destinatario di una misura cautelare emessa dal gip di Pescara di obbligo di dimora) è stato condannato a un anno e tre mesi di reclusione, mentre Cellini alla pena di un anno.
Una vicenda giudiziaria che rimbalzò anche sui media nazionali tanto che l’allora premier, Giuseppe Conte, intervenne affermando che «questo governo non tollera zone di illegalità. Nessuno può sentirsi al di sopra della legge». Poi, la decisione del Comune di Pescara di abbattere quel fortino di illegalità con le ruspe che iniziarono a cancellare il Ferro di Cavallo.