Abbateggio: una pecora per ricostruire il gregge distrutto

1 Febbraio 2018

Appello ai pastori delle associazioni Zampogne d’Abruzzo e Argalam: «Aiutiamo Paolo e Alina dopo l'incendio»

PESCARA. L’associazione Zampogne d’Abruzzo per la antica civiltà agro-silvo-pastorale, tratturi e transumanza e l’Arga Lazio -Abruzzo-Molise (Argalam-Fnsi), il gruppo di specializzazione dei giornalisti agroalimentari dedita ai temi dell’agricoltura, dell’alimentazione, dell’ambiente e del territorio, vogliono provare a far rinascere il gregge di pecore e capre dei pastori Paolo Di Biase e la compagna Alina nella valle Giumentina di Abbateggio. Un gregge che era composto da 130 capi di ovini e che in una notte, in prossimità della festa di Sant’Antonio Abate, sono morti, arsi vivi e asfissiati, tra le fiamme di un rogo doloso acceso da ignoti.
A renderlo noto sono stati Luciano Pellegrini e Francesco Giannini, per Zampogne d’Abruzzo, e Donato Fioriti, presidente Argalam.
«Essendo andato distrutto lo stazzo e avendo perso tutto il patrimonio armentizio nonché un centinaio di agnelli nascituri». spiega Pellegrini, «Paolo e Alina si sono ritrovati, con i loro tre figli, in una situazione disperata, senza speranze e senza futuro».
Zampogne d’Abruzzo e Argalam, a tal proposito, al motto “Una pecora per Alina”, fanno appello a tutti i pastori d’Abruzzo, di affidare oggi una pecora a Paolo e Alina, in modo da ricostituire un piccolo gregge con la promessa di riprendersi un agnello al prossimo anno». «Tutte le altre persone, sensibili e solidali», aggiunge Fioriti, «possono contribuire acquistando oggi una “pezza” di formaggio, veramente bio-eco-etico, che verrà consegnata a mano a mano che il nuovo gregge comincerà a riprodurre latte, e inoltre saranno poi invitate a vivere come pastori tra pastori, una giornata di transumanza tra cavalli, capre, pecore e i bianchi silenti guardiani confusi tra loro»,
Paolo e Alina, spiegano ancora le due associazioni, «vogliono lavorare, lavorare duro e vivere con il loro lavoro. Onestamente e con dignità, svolgono un’attività faticosa, piena di sacrifici e che oggi nessuno vuole più fare, non cercano donazioni sic et simpliciter, ma solo la possibilità di tirarsi su il morale e riprendersi il futuro con il lavoro». Di qui l’appello di Pellegrini, Giannini e Fioriti: «Investiamo nel loro lavoro, nei loro prodotti nostrani e identitari a chilometri zero, investiamo in un nostro “future” di prossimità».