Abbigliamento, la rabbia dei negozianti: dimenticati

13 Aprile 2021

Nel giorno della protesta di bar e ristoranti, la disperazione degli altri esercenti «Il progetto di legge della Regione lascia fuori le attività chiuse in zona rossa»

PESCARA. C’è delusione e tanta rabbia tra i commercianti di Pescara. Dopo le chiusure con il capoluogo adriatico, tra febbraio e marzo, in zona rossa per cinque settimane consecutive, con il rammarico per i ristori giudicati insufficienti, ad alimentare la collera degli esercenti è l'ultima proposta di legge regionale. La goccia che ha fatto traboccare il vaso ha indotto gli imprenditori pescaresi a invocare un incontro con il governatore Marco Marsilio, l'assessore alle Attività produttive Daniele D’Amario e altri rappresentanti regionali.
Ieri mattina alcuni titolari dei negozi di abbigliamento e calzature di Pescara centro e di Porta Nuova, gli stessi che a marzo avevano promosso la protesta degli allarmi, azionando tutti insieme le sirene delle proprie attività, sono tornati a confrontarsi. «Chiediamo un incontro con la Regione», spiega Andrea Di Toro «affinché la proposta di legge regionale sia estesa a tutte le attività che vengono chiuse nei periodi di zona rossa».
Il progetto di legge a firma del presidente del Consiglio regionale, Lorenzo Sospiri, dei consiglieri Mauro Febbo, Guerino Testa, Vincenzo D’Incecco e Roberto Santangelo, contiene un pacchetto di cinque strumenti finanziari da 10 milioni di euro, destinati alla ristorazione, al comparto turistico-alberghiero e alle relative filiere. Il settore moda, così come le gioiellerie e le calzature, vale a dire le attività che in zona rossa sono costrette a chiudere, vengono lasciate fuori.
«Siamo favorevoli a una proposta di legge che vada a sostegno di categorie oggi in difficoltà», commenta il commerciante Marco Canale, «ma non capiamo perché siamo stati esclusi. È come se un padre di famiglia decidesse quale figlio deve mangiare e quale deve morire di fame».
A Pescara i negozi di abbigliamento, di calzature e le gioiellerie sono stati aperti per 7 mesi su 12. Le chiusure, specie quelle concentrate nei periodi di Natale, ma anche a fine saldo, lo scorso mese, hanno generato perdite nei fatturati in media del 50 per cento con punte anche del 70. «Gli unici ristori che abbiamo ricevuto risalgono al 2020», spiegano. «Il nuovo decreto Sostegni di Mario Draghi è anche peggio, dal momento che esclude chi non ha raggiunto il 30 per cento delle perdite, calcolate su un anno, e coprono appena il 5 per cento. Per quanto riguarda i ristori che ci erano stati promessi dalla Regione, per cui abbiamo partecipato a un bando a luglio scorso, a molti non sono ancora arrivati».
Agli incassi ghigliottinati e ai ristori insufficienti, si aggiungono le spese attive tra gli affitti, i pagamenti ai fornitori e le perdite per la tanta merce rimasta invenduta.
«Ci hanno tolto il diritto di lavorare. È facile dire di stare a casa, ma devono garantirci indennizzi puntuali e veloci» sottolineano. «In Abruzzo abbiamo pagato per le chiusure disposte per ben due volte dal presidente Marsilio, che ha anticipato i provvedimenti del governo», accusa Olivia Chiarolla. «Il risultato è stato che abbiamo chiuso per più tempo, con perdite enormi di cui la Regione deve prendersi le responsabilità. Esigiamo delle risposte e di certo non siamo più disposti a chiudere. Anche in una eventuale nuova zona rossa, noi resteremo aperti».
La rabbia dei commercianti è rivolta anche alle associazioni di categoria. «Non ci sentiamo rappresentati. Siamo delusi perché non si sono mai fatte promotrici di iniziative a nostro sostegno, come invece è capitato in più di un’occasione per altri settori», aggiunge Di Toro.
Il riferimento è anche alla manifestazione indetta per questa mattina da Fipe-Confcommercio a supporto dei pubblici esercizi. Bar, ristoranti, pizzerie, locali da ballo, pub, sale da gioco, pasticcerie, gelaterie, stabilimenti balneari, a partire dalle 10,30 scenderanno in piazza Salotto per chiedere riaperture già dal 19 aprile e un cronoprogramma definito sulle ripartenze delle attività, alcune delle quali ferme da un anno.