«Abruzzo splendido ma le sue ricchezze vanno valorizzate»

11 Dicembre 2022

Il candidato alla segreteria: aree interne da non isolare Servono servizi più efficaci sulla sanità e sull’istruzione 

In ballo c’è la guida del principale partito del centrosinistra e lui, Stefano Bonaccini, si prende la responsabilità ed è lanciato nella corsa alla segreteria dei Dem. Una ipotesi, per la verità, già in ballo da tempo. Il suo nome rimbalza da mesi e, anche se oggi non c’è un vero favorito, si può dire che Bonaccini si gioca parecchie chance di vittoria.
Presidente Bonaccini, la sua candidatura alla guida del Partito democratico, attesa da molti, rappresenta un punto di svolta per il futuro dei Dem. In cosa va cambiato il Pd per superare quella che forse è la crisi peggiore da quando il partito è nato?
In questi anni il Pd si è assunto la responsabilità di guidare il Paese nei momenti più difficili, dalla crisi economica alla pandemia. Un impegno doveroso, ma è stato perso il contatto coi cittadini. Siamo percepiti come un partito che vive solo dentro le istituzioni e non fra le persone. Adesso bisogna rimboccarsi le maniche: abbiamo davanti a noi cinque anni per ricostruire un nuovo Pd. Un partito del lavoro e dei lavori, contro la precarietà. Che combatte per i diritti, a partire da sanità e istruzione che debbono essere garantiti nello stesso modo tanto a un ricco quanto a un povero. Un partito dei giovani e delle donne. Un partito amico delle autonomie locali ma che considera la questione meridionale una grande questione nazionale. E investe quindi nel Mezzogiorno per farne la frontiera più avanzata della trasformazione digitale e della transizione ecologica.
Lei è il presidente della Regione Emilia-Romagna e rappresenta quel cosiddetto partito dei sindaci che chiede una svolta nel Pd. Quanto può contare la sua esperienza amministrativa nella gestione dei Dem?
Le nuove idee si muovono su nuove persone: serve quindi una nuova classe dirigente e io voglio puntare sui sindaci più capaci, sulle migliori leve che abbiamo nei territori, sulle tante competenze che sono intorno a noi. Amministratori e dirigenti locali per troppo tempo tenuti in panchina, donne e uomini abituati al confronto quotidiano con le persone sui problemi concreti. Un nuovo Pd popolare e non populista sa ascoltare e dare risposte. Ed è capace di farsi capire dalle persone normali.
Una delle sue avversarie è Elly Schlein, sua vice in Regione fino a poche settimane fa. Rappresentate due mondi diversi, ma siete anche la dimostrazione di poter lavorare bene insieme. Onde evitare una profonda spaccatura nel Pd, dopo le primarie, non potrebbe essere una soluzione proporre il ticket anche ai vertici del partito?
Verso Elly provo amicizia sincera e stima, è un'ottima notizia che abbia scelto di rientrare nel partito. Abbiamo lavorato bene insieme in Emilia-Romagna e sono certo faremo altrettanto nel Pd, chiunque vincerà. Non se ne può più di una classe dirigente che litiga tutti i giorni ed io ed Elly non abbiamo mai litigato.
I notabili del partito, le cosiddette correnti, stanno appoggiando in maniera più o meno velata la sua avversaria, anche se non è ancora chiaro se vi saranno altri candidati oltre a voi due e a Paola De Micheli. Questa situazione la preoccupa?
Il contributo migliore che ognuno di noi può dare a questo congresso è parlare di proposte e non di nomi. Quanto alle correnti ribadisco chiaramente: non voglio e non accetto l’appoggio di nessuna corrente. Se sarò segretario, le correnti con me conteranno zero e conterà zero l’idea di ottenere spazi e posti in base a chi è legato a uno o all’altro dirigente. Non è una questione di persone, ma di metodo: cerco competenze e capacità, non fedeltà. Né ci saranno più dirigenti del partito candidati in collegi sicuri lontani dal proprio territorio. Capisco che dire queste cose possa inimicarmi qualcuno, ma è meglio essere chiari subito.
Quale deve essere la prima decisione politica per rilanciare il Pd?
Smettere di parlare degli altri e di alleanze per fare invece un Pd più grande. Non coltivo nessuna autosufficienza ma, senza il Pd, la destra governerebbe per altri 20 anni. E noi invece li vogliamo mandare a casa, battendoli nelle urne la prossima volta.
Lei, nella giunta dell’Emilia-Romagna riesce a tenere dentro tutti, dalla sinistra a Italia Viva e Calenda. Nei giorni scorsi, tra l'altro, inoltre ha lanciato un monito al Terzo Polo e M5s sull’imprescindibilità di un accordo con il Pd per vincere le elezioni. Vista la tensione che esiste tra il Terzo Polo e il M5S di Conte come pensa, se lo pensa, di conciliare le loro diverse visioni dell’Italia?
M5SS e Terzo Polo oggi si comportano come se avessero vinto le elezioni, ma in realtà hanno perso come più di noi: i primi hanno più che dimezzato i voti di cinque anni fa e i secondi hanno preso la metà delle preferenze del Pd. Inoltre mi sembrano più impegnati a criticare il Pd che a fare opposizione al Governo delle destre. Per costruire un'alleanza alternativa alla destra abbiamo cinque anni di tempo e decideremo sui programmi. Io propongo intanto che ci si confronti sui temi comuni in Parlamento: impedire nuovi condoni è un problema solo del Pd? Difendere la sanità pubblica interessa anche agli altri? Ripartiamo da qui.
Lei arriva a Pescara, in vista delle primarie del Pd. Come immagina il futuro della nostra regione? In che misura il Partito democratico dovrà incidere per combattere la crisi e far crescere l’economia abruzzese?
Nel mio giro di ascolto e confronto del Paese ho scelto di partire dal Sud perché sono le terre che ovviamente ho conosciuto meno ma che mi interessano di più. Perché non c'è possibilità di sviluppo per l'Italia se a crescere di più non sarà proprio il Mezzogiorno. E l'Abruzzo è una terra di luoghi splendidi ma anche di ritardi e di ferite non rimarginate, penso in particolare al sisma. È una terra di eccellenze in sé ma anche di cucitura: se penso alla dorsale Adriatica, è evidente che senza un potenziamento delle infrastrutture della mobilità non solo l'Abruzzo, ma l'Italia intera non potrà essere competitiva: nè sul fronte turistico, nè sul fronte logistico. È su queste direttrici che vedo un ruolo cruciale di questa regione. E poi c'è il tema delle aree interne, naturalmente: ricucire l'Italia significa garantire anche a chi abita nei centri minori il pieno diritto a godere dei servizi, penso in particolare alla sanità e all'istruzione.
Qual è il suo rapporto con l’Abruzzo? So che ama molto i trabocchi, diventati ormai il simbolo del turismo regionale. La strada di un marketing territoriale e turistico legato alla sostenibilità ambientale può essere la scelta giusta per aiutare i territori?
È una terra speciale, che in pochi chilometri tiene insieme bellezze naturali incredibili e così diverse tra loro, con persone ospitali e generose. Sono venuto spesso, per lavoro e in vacanza, e ogni volta mi stupisco di fronte a qualcosa di nuovo. C’è una ricchezza straordinaria, un patrimonio che merita di essere valorizzato molto di più. In questi anni il turismo è cambiato: si cerca di vivere il maggior numero di esperienze possibile, spesso nella natura, in modo più lento, lontano dallo stress e dal rumore delle folle e delle grandi città, un trend che la pandemia ha acuito. L’Abruzzo ha enormi potenzialità in questo senso.
Il governo Meloni, tra le iniziative prese, ha deciso di cancellare il bonus cultura ai 18enni spostando i fondi su spettacoli ed editoria. Ritiene che sia una mancanza di attenzione verso le nuove generazioni?
Contrapporre il diritto dei giovani a fruire della cultura e i settori dello spettacolo e dell'editoria è un controsenso paradossale. Saranno costretti a correggersi perché anche su questo stiamo dando battaglia. Vedo molta improvvisazione in questa destra.
Dia un consiglio alla premier Giorgia Meloni, un provvedimento che ritiene sia ineludibile per l’Italia.
Non è un consiglio, ma una richiesta. Convochi urgentemente un tavolo con tutte le parti sociali, sindacati e imprese, sul Pnrr: l’aumento dei costi delle materie prime, il caro energia e l’inflazione rischiano di bloccare i cantieri o di non farli nemmeno iniziare. È l’appello non di Bonaccini, ma dei territori, dei Comuni, del mondo delle imprese e del lavoro. Vedo, invece, che si preferisce perdere tempo privilegiando i pagamenti in contanti e proponendo il solito condono fiscale che favorisce i furbi e penalizza chi segue le regole.
Da più parti viene proposto il cambio del nome in Partito democratico del Lavoro, la ritiene una scelta condivisibile?
Ogni contributo è ben accetto. Non limitiamoci però alla forma: molti lavoratori ci hanno voltato le spalle non per il nome del nostro partito, ma per le politiche che non abbiamo fatto. Serve viceversa rimettere al centro le battaglie per i diritti, contro la precarietà e le disuguaglianze, per la buona occupazione e per salari più dignitosi. E serve una politica industriale che sostenga le imprese nella transazione ecologica e nella trasformazione digitale. Recupereremo credibilità cambiando politiche, approccio e classe dirigente, non il nome.
La Cgil, una parte della sinistra del Pd, guardano con interesse al M5S di Conte che sta proponendo una opposizione di stampo antagonista. Lei viene considerato un riformista che guarda di più al terzo Polo. Come se ne esce?
Io ho in mente una sola cosa: costruire un nuovo Pd, più grande, aperto alla società civile, attrattivo verso chi oggi non vi si identifica più o non ci ha mai votato. Il problema delle alleanze verrà dopo. Io sono certamente un riformista e vengo da una terra dove la sinistra è premiata per il buongoverno che riesce dare risposte alle persone, non perché fa battaglie di testimonianza.
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