Abuso della professione medica: Dogali condannato a 14 mesi

Il biologo pescarese è stato invece assolto dall’accusa di peculato “perché il fatto non sussiste” insieme al primario Di Francesco e l’ausiliario Sagazio. “Non luogo a procedere” per Paola Zuccarini
PESCARA. Tutti assolti dal reato di peculato, con la formula “perché il fatto non sussiste”. L’unica condanna, a un anno e 2 mesi di reclusione, riguarda solo il reato di esercizio abusivo della professione. Si chiude così, davanti al gup Fabrizio Cingolani, la vicenda legata alle attività che Vincenzo Dogali, biologo pescarese da anni in pensione, avrebbe svolto abusivamente nella struttura ospedaliera di Pescara nonostante fosse in quiescenza (fatti che andavano da gennaio 2018 ad aprile 2019). L’assoluzione di Dogali dal peculato si è naturalmente spalmata anche sugli altri tre imputati che erano il primario del reparto di medicina nucleare, Valerio Di Francesco (difeso dagli avvocati Anna Maria Petrei Castelli e Alessandro Migliorati), e un ausiliaro e una coadiutrice amministrativa dello stesso reparto rimasti coinvolti nel procedimento: Lorenzo Sagazio (assistito da Massimo Galasso) e Paola Zuccarini (difesa da Giuseppe Cantagallo). Per quest’ultima, che aveva scelto la strada del rito ordinario, il giudice ha disposto il non luogo a procedere, mentre gli altri tre avevano optato per il rito abbreviato. Dunque, soltanto l’esercizio abusivo della professione per Dogali (al quale è stata comminata anche una multa di 16 mila euro), accusato dal pm Andrea Di Giovanni di aver esercitato abusivamente la professione medica in quanto biologo. Ma il reato più pesante, quello che aveva portato l’accusa a chiedere per l’ex professionista prestato alla politica una pena di 3 anni di reclusione (2 anni e 8 mesi erano stati chiesti per il primario e 2 anni per l’ausiliario), è stato cancellato dal giudice con la formula assolutoria piena. Le motivazioni verranno depositate fra 90 giorni, per capire il perché il gup ha disposto la trasmissione degli atti al pubblico ministero per «la valutazione di competenza su eventuali ulteriori responsabilità». Secondo la procura, Dogali, indicato quale «incaricato di pubblico servizio di fatto» operante all’interno di medicina nucleare, in assenza dell’abilitazione alla professione medica e in assenza di diploma di specializzazione o professionalità idonea», avrebbe utilizzato siringhe, aghi a farfalla per prelievi, contenitori sterili, garze e via discorrendo, «per eseguire (direttamente o tramite infermiere preposto) prelievi ematici a pazienti in qualità di clienti personali dello stesso), in alcuni casi previa prescrizione medica a firma di Di Francesco».
Accuse non ritenute fondate dal giudice e per le quali gli avvocati Massimo Galasso e Gianfranco Iadecola, difensori di Dogali, in sede di discussione, avevano approfondito la questione quell’ “esercizio di fatto di un pubblico servizio” contestato dall’accusa, anche con una memoria difensiva, per arrivare a dimostrare l’insussistenza del peculato e assimilando quella sua attività «a quella svolta da un soggetto privato qualsiasi, che era stato dirigente sanitario biologo presso l’ospedale, il quale agiva a puro titolo di cortesia nei confronti di persone amiche, agevolandole nella effettuazione delle periodiche analisi cliniche di prammatica (sempre regolarmente pagate dai pazienti)». Rigettata dal giudice la richiesta di risarcimento danni della Asl di Pescara, parte civile.
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