Aca, chiesti sette anni per l’ex presidente

22 Gennaio 2019

Il pm vuole la condanna di Di Cristoforo e del direttore tecnico Livello per corruzione e turbativa d’asta. Sentenza il 25 marzo 

PESCARA. Sette anni di reclusione per l'ex presidente del consiglio di amministrazione dell'Aca, Ezio Di Cristoforo, tre anni per il direttore tecnico dello stesso ente, Lorenzo Livello, che era anche il presidente della commissione delle gare di appalto.
PROCESSO-SCUOLA Sono queste le richieste avanzate dalla pubblica accusa sostenuta dal procuratore aggiunto Anna Rita Mantini in quel che resta del processo per corruzione e turbativa d'asta per gli appalti gestiti dall'Azienda acquedottistica (fra un anno tutti i reati verranno prescritti).
«Questo processo, diversamente da molti altri», ha detto l'accusa prima di depositare le sue richieste di condanna, «è un caso di scuola: con prova piena, genuina e conclamata dalle accuse dell'imprenditore Claudio D'Alessandro. E' raro avere una tale convergenza di fatti, date e testimonianze».
LE TANGENTI D'Alessandro è l'imprenditore che sarebbe stato favorito da Di Cristoforo e che avrebbe versato all'ex presidente una lunga serie di tangenti per ottenere gli incarichi: fatti che risalgono a un periodo compreso tra il 2010 e il 2013.
Tangenti che sarebbero state versate ogni volta che c'era da liquidare uno stato di avanzamento dei lavori relativo al completamento di un pezzo dell'opera realizzata dall'imprenditore, che in questo processo ha già patteggiato la pena di due anni e sei mesi di reclusione risarcendo anche due Comuni (patteggiarono anche altri imputati fra cui il fratello di D'Alessandro, il colonnello William Basciano, il vice sindaco di Cepagatti, Cesarino Leone e il geometra Salvatore Tasso).
IL “SISTEMA” Il teste coimputato rese davanti al collegio delle dichiarazioni estremamente precise sul "sistema" che vigeva in Aca, «un vero e proprio cartello volto a simulare una concorrenza inesistente», e che ieri l'accusa ha riportato nella sua requisitoria partendo proprio dalla percentuale pattuita tra Di Cristoforo e D'Alessandro. Il 5/6 per cento dei lavori doveva finire nelle tasche dell'ex presidente: «Se mi riconosci questa percentuale», aveva detto Di Cristoforo all'imprenditore che lo riferì in tribunale, «ti do una mano».
L’ORSO MARSICANO E così sarebbe avvenuto secondo l'accusa, che ha evidenziato come l'imprenditore fu addirittura costretto ad appuntarsi tutte le dazioni, comprese quelle date all'"orso marsicano", nome che era stato dato a Di Cristoforo nel file che gli investigatori dei carabinieri forestali sequestrarono a D'Alessandro con tutti i pagamenti in codice. «Dovevo fare delle annotazioni», ha detto il pm riferendo un passo della deposizione di D'Alessandro, «perché ero talmente esasperato che dovevo segnarle: mi chiedeva in continuazione soldi. Dovevo pagare per sbloccare quei sal».
CORRUZIONE INCESSANTE Una «corruzione incessante», stando all'accusa che ha ricostruito anche i riferimenti temporali del prelevamento dei soldi dalla "cassaforte" che l'imprenditore aveva in una cassetta di sicurezza in banca: soldi contanti che, a detta dell'imprenditore, venivano consegnati a Di Cristoforo in luoghi diversi: nella sede dell'Aca, a casa dell'ex presidente, dentro un cesto natalizio sotto le festività e persino in ospedale quando Di Cristoforo era ricoverato a Popoli e poi a Bolognano. Cronologia che secondo l'accusa corrisponderebbe anche ai versamenti in contanti che l'ex presidente faceva sul suo conto corrente: circa 51mila euro in poco meno di due anni.
IL CAPO SUPREMO L'ex presidente viene definito dal pm il «capo supremo», quello che decideva a chi bisognava pagare lo stato di avanzamento dei lavori, ma non seguendo una cronologia magari relativa alle fatture emesse dai creditori, ma seguendo la strada delle tangenti.
«Oggi l'Aca», ha detto la Mantini, «è in concordato preventivo, con numerose azioni giudiziarie avviate e un debito stimato in circa 120 milioni di euro proprio per quel sistema di pagamenti: era Di Cristoforo a decidere tutto a suo unico beneficio».
Quanto a Livello, il pm ha detto: «Non mi convince nulla della sua ricostruzione. Lui soggiaceva a Di Cristoforo». Livello insieme all'ex presidente, secondo l'accusa, selezionavano le ditte da invitare alle gare «avendo stretto accordi con D'Alessandro», come recita l'imputazione, «per predeterminare l'aggiudicazione delle gare d'appalto inerenti la manutenzione della rete fognante di Pescara».
LA PROVVISIONALE Lavori ai quali si aggiungevano quelli a Città Sant'Angelo per le acque reflue, e altri ancora, per i quali D'Alessandro giocava sul sicuro, venendo messo a conoscenza dai due imputati anche dei ribassi che avrebbero presentato le ditte concorrenti.
L'avvocato Canio Salese, parte civile per conto di Aca, ha chiesto una provvisionale di 300mila euro sulla scorta dei danni subiti dall'ente che avrebbe potuto risparmiare, a suo dire, il 20 per cento se «le gare non fossero state truccate».
L'udienza è stata aggiornata al 25 marzo prossimo per le arringhe difensive e la sentenza.
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