Accende falò di stracci nel Parco, denunciato

L’episodio sul Sentiero dello Spirito nell’area protetta della Majella: 50enne accusato di incendio boschivo colposo. Ma non si tratterebbe di un piromane
GUARDIAGRELE. Un falò di vecchi stracci, abiti dismessi da tempo di cui voleva liberarsi, affidandosi al potere catartico del fuoco. Per farlo ha scelto il luogo più sbagliato possibile, il bosco sul Sentiero dello spirito, all’interno del Parco nazionale della Majella, nel tratto compreso tra gli eremi di Sant’Angelo, a Lettomanoppello, e Sant’Onofrio, a Serramonacesca, a 800 metri di quota. Per questo G.P, 50 anni, residente nella provincia di Chieti, è stato denunciato dai Carabinieri forestali della stazione Parco di Lettomanoppello, al comando del maresciallo Maurizio Colantoni. Dovrà rispondere, tra gli altri reati, anche di incendio boschivo colposo, per i quali sono previste pene cumulative fino a sei anni di reclusione o arresto.
A segnalare le fiamme è stato un escursionista che si trovava in zona, e che si è adoperato a spegnerle, in attesa che arrivassero i Carabinieri forestali. Un intervento tanto tempestivo quanto provvidenziale, ha detto il colonnello Bruno Petriccione, comandante del raggruppamento Carabinieri dei parchi. Una volta sul posto i militari hanno provveduto a domare il rogo e, a operazione ultimata, hanno raccolto le informazioni utili a rintracciare l’uomo, che dopo cinque ore ha finito con l’ammettere le proprie responsabilità. Oltre alla denuncia è stato anche sanzionato per violazioni amministrative.
La collaborazione dell’escursionista, dicono i Carabinieri, e degli altri cittadini che si sono adoperati per spegnere il rogo, è stata fondamentale. Un esempio prezioso, considerate invece le difficoltà che gli investigatori incontrano per identificare gli autori dei roghi che hanno funestato il Morrone, la montagna dell’eremita Pietro Angelerio, che sarebbe diventato papa Celestino V. Un muro di reticenze, tanto da evocare negli investigatori, quella parola, omertà, alla quale non vorremmo abituarci.
Stavolta è andata bene, riuscendo a preservare un habitat la cui conservazione è considerata «prioritaria» dall’Unione europea, che considera l’area un sito di interesse comunitario.
L’uomo denunciato non è un piromane seriale, e non aveva materiale idoneo a provocare altri roghi. Si è trattato del gesto di una persona semplice, che non ha valutato fino in fondo le conseguenze che avrebbe potuto determinare. Ma questo non lo esimerà dal dover rispondere di incendio colposo.
Intanto proseguono le indagini per individuare movente e responsabili delle decine di incendi che hanno funestato l’Abruzzo nel 2017 (210 fino al 321 luglio). Tre le procure in campo: quelle di Sulmona, Avezzano e L’Aquila. I magistrati non escludono nessuna pista. Tra le ipotesi anche quella legata al business del rimboschimento. I pm hanno acquisito centinaia di immagini dei roghi riprese dal satellite, grazie alla collaborazione dei ricercatori di Res Geo, spin off dell’Università d’Annunzio di Chieti e Pescara. L’obiettivo è capire se ci sia una regia unica che guida la mano dei piromani. Ma è difficile individuare i responsabili, a meno di sorprenderli in flagranza di reato. Il 30 agosto, nei giorni del devastante incendio del Morrone, era stato fermato a Pratola Peligna un uomo che nel bagagliaio della sua auto trasportava due grosse candele, vecchi giornali, diluente e colla bostik, tutto materiale, secondo i carabinieri della forestale, utile per confezionare un innesco. Ma una successiva perquisizione domiciliare era risultata negativa e aveva indotto gli inquirenti a rilasciarlo. Tutt’ora non ci sono nomi di indagati nei fascicoli aperti dalle procure.
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