Acqua torbida: e ora la Procura di Teramo apre un’inchiesta

25 Ottobre 2024

Si indaga per getto pericoloso di cose, è contro ignoti Terzo fascicolo avviato in 22 anni sul sistema Gran Sasso

TERAMO. Il filo conduttore è sempre lo stesso: un sistema acquifero messo continuamente a rischio dalla convivenza forzata con strutture quali laboratori di fisica nucleare e gallerie autostradali dell’A24. E visto che la cronaca riannoda sempre i fili, c’è un’altra inchiesta aperta dalla Procura teramana – la terza in 22 anni – a stabilire ancora una volta come il Gran Sasso e tutto quello che custodisce resti un osservato speciale.
Dopo l’inchiesta del 2002 sul Borexino e quella del 2017 sull’emergenza potabilità, c’è un terzo procedimento a scandire la cronaca giudiziaria: la Procura indaga sul caso dell’acqua torbida durante i sondaggi (da ribadire ancora una volta acqua subito messa a scarico e mai finita nella rete idrica) con un fascicolo per ora contro ignoti in cui si ipotizza il reato di getto pericoloso di cose. A firmarlo i pm Greta Aloisi, Davide Rosati e Stefano Giovagnoni in una sorta di continuità con il recente passato visto che sono gli stessi magistrati che hanno istruito il maxi processo in corso sul sistema acqua Gran Sasso, quello iniziato nel 2019, passato da un giudice all’altro, bloccato dal Covid e che vede dieci imputati tra i vertici di Istituto di fisica nucleare, Strada dei Parchi e Ruzzo Reti per reati che vanno dall’inquinamento ambientale al getto pericoloso di cose.
Un’inchiesta, quella da cui è nato questo processo, portata avanti con decine di sopralluoghi, videoispezioni e la consulenza di tre super esperti incaricati all’epoca dalla Procura. In un contesto, quello ipotizzato dall’autorità giudiziaria, in cui sono emerse presunte interferenze tra i laboratori, le gallerie autostradali e il sistema di condutture delle acque con criticità mai sanate. Con, hanno sostenuto i pm, un pericolo permanente per la salubrità delle acque a causa in un inadeguato isolamento delle opere di captazione e convogliamento di quelle destinate ad uso potabile. E con un presupposto di fondo: quel principio di precauzione definito ormai da tempo dalle normative europee in materia di tutela ambientale. Perché se a 22 anni dalla prima inchiesta nulla è cambiato, c’è da dire che i procedimenti giudiziari aperti sul Gran Sasso hanno raccontato e raccontano l’evoluzione del diritto ambientale.
Quando il 16 agosto del 2002 l’allora pm della Procura di Teramo David Mancini (oggi procuratore per i minorenni all’Aquila) aprì l’inchiesta dopo che il trimetilbenzene usato per l’esperimento del Borexino finì prima in un fosso e poi nel fiume Vomano, i danni all’ambiente erano ancora ben lontani dall’essere codificati come reati: lo diventeranno solo nel 2014 con l’introduzione nel codice penale dei delitti contro l’ambiente. Quell’inchiesta si concluse con patteggiamenti e oblazioni per gli undici imputati, tra cui gli allora vertici dell’Istituto di fisica nucleare, per reati quali lo scarico di acque reflue industriali non autorizzati, lo sversamento di sostanze tossiche e pericolose, il deturpamento delle bellezze naturali, la violazione degli obblighi di notifica. Al termine dell’inchiesta cadde il reato più grave: quello di avvelenamento delle acque.
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