Addio a Parete, è morto il testimone dell’Olocausto

26 Gennaio 2016

All’età di 93 anni se n’è andato il finanziere che sopravvisse all’orrore nazista Oggi alle 11 i funerali ad Abbateggio. Il dolore del figlio: onorerò la sua memoria

PESCARA. Ci aveva pensato, dopo l’ennesimo sopruso, a farla finita: i tedeschi l’avevano tenuto immerso in una vasca con del ghiaccio per testare quanto un corpo può resistere al freddo. «Quando mi sono svegliato ero nudo, per terra, e non ce la facevo neanche a rivestirmi. Ero ghiacciato. In quel momento ho detto basta: mi vado a menare pure io. Mi sono messo a camminare con quegli stracci in mano e pensavo solo a come farla finita: se gettarmi sul filo spinato o andare verso i forni crematori. Poi, ho ripensato a mio padre, a una lite quando non mi voleva mandare a fare il soldato perché diceva che così sarei andato a morire. Ho riflettuto e mi sono detto: ma perché mi devo uccidere, morirò quando devo morire».

Ieri, purtroppo, il giorno per morire è arrivato e si è portato via Ermando Parete, 93 anni, ultimo testimone abruzzese dell’orrore nazista di Dachau. Finanziere in pensione, originario di Abbateggio e poi vissuto a Pescara, è stato un gigante: «Ho rinunciato a farla finita: la gente buttata per terra mi chiedeva di resistere per raccontare tutto», ha rivelato Parete nel 2011 in un’intervista al Centro nella sua casa di via Venezia. Parente, l’uomo numero 142.192, ha onorato quel testamento, quella missione di informare, fino a quando ne ha avuto la forza: ha incontrato tre generazioni di studenti per ripercorrere la sua storia incredibile di sopravvissuto. Sempre con il fazzoletto bianco e blu legato al collo, come una divisa. Oggi alle 11, nella chiesa della Madonna dell’Elcina di Abbateggio, i funerali con una rappresentanza speciale della sua guardia di finanza.

«Quello che aveva subito nel campo di concentramento era riuscito a rielaborarlo, tanto che ha fatto una vita serena», racconta il figlio Donato, economista che ora vive a Londra, «aveva sempre la voglia di aprire un dibattito e un confronto su quello che era accaduto e sulla banalità del male. Anziché soffrirne, gli faceva bene parlarne. Era un uomo dalla tempra d’acciaio: lo diceva lui stesso che si era salvato perché era giovane, perché era appena uscito dalla scuola allievi della finanza e perché era uno di montagna, abituato al freddo e capace di mangiare anche le radici. Fino al 2013 è andato nelle scuole, poi, i problemi di salute si sono fatti sentire». Oltre al figlio, Parete lascia l’anziano fratello Giovanni, già sindaco di Abbateggio.

Parete è stato un uomo dalla forza eccezionale: ha superato i lavori forzati in mezzo alla neve coperto solo di stracci e con gli zoccoli di legno ai piedi, le angherie fisiche e psicologiche, compresi gli esperimenti di Joseph Mengele, la privazione della dignità, la paura delle minacce naziste e l’incubo di camminare tra i morti stesi per terra.

Camminò 37 giorni e 36 notti, dormendo appoggiato agli alberi, per tornare da Dachau nella sua Abbateggio e riabbracciare la madre. Il giorno dopo, si rimise ancora in cammino per andare in pellegrinaggio, sempre a piedi, al Volto Santo di Manoppello. Queste le sue parole: «Il primo maggio mi misi in cammino senza sapere quale direzione prendere. Al confine gli americani mi diedero pane, cioccolata, gomme da masticare. Poi in Italia, più niente: nessuno ha voluto aiutarmi, la gente ti cacciava via. Mi ricordo che quando sono arrivato a Pescara, era giugno: ho visto il mare ma non c’era nessuno sulla spiaggia. Mi mancava solo una notte di cammino, sembrava incredibile: mi sono addormentato e mi sono svegliato bruciato dal sole. Quando sono arrivato ad Abbateggio pesavo 29 chili e 700 grammi: avevo i capelli tagliati a metà, la barba lunga, le unghie tagliate con i denti. Mi hanno fatto anche delle foto in quello stato ma mia madre le ha bruciate perché erano orrende: oggi vorrei riaverle, pagherei chissà quanto per mostrarle ai giovani. Appena tornato, non mi diedero da mangiare: due medici mi dissero che se avessi mangiato sarei morto. Misero un paio d’uova nell’alcol e, quando il guscio si sciolse, mi fecero bere quel liquido».

Parete ha vissuto l’orrore sulla sua pelle. E, poi, per più di 70 anni, ha voluto esserne un testimone: «L’ho giurato ai miei amici di Dachau: mi dicevano “tu sei giovane, devi resistere. Salvati e racconta a tutti l’inferno di qui dentro”. E così faccio: è una missione, il dovere della memoria. Quando vado nelle scuole, i ragazzi quasi si arrabbiano con i professori: mi dicono che studiano Giulio Cesare ma che non sanno quasi niente di quello è successo durante la Seconda guerra mondiale».

«Per Ermando», dice Antonio Di Marco, presidente della Provincia e sindaco di Abbateggio, «la memoria è stata la missione di una vita, un impegno infaticabile. Grazie ad Ermando la memoria è rimasta viva: ci mancherà».

Nel 1985, Parete è tornato a Dachau, con la moglie Assunta, morta 6 anni fa, e il figlio. Ora toccherà proprio a Donato non disperdere il patrimonio di memoria. «Per i prossimi anni», dice lui, «vedremo cosa fare in occasione della Giornata della Memoria: lo dobbiamo a papà».

©RIPRODUZIONE RISERVATA