Addio al dottor Mascetta

Il chirurgo pescarese è morto a Verona. Oggi la messa
PESCARA. Un chirurgo pieno di passione, abituato a combattere la malattia (con più di 1.500 interventi) con il bisturi e una tecnica affinata dopo una ricca carriera professionale partita dalla laurea a pieni voti in Medicina all’università di Chieti e alla successiva specializzazione in Chirurgia generale conseguita a Verona sotto la guida del professor Paolo Pederzoli, fino a diventare dirigente medico della Chirurgia pancreatica del Policlinico di Verona. Una vita per gli altri, quella del dottor Giuseppe Mascetta, pescarese di 42 anni scomparso purtroppo dopo la sua battaglia personale contro il male che ha tentato di sconfiggere in tutti i modi. Ma non è bastato. Padre di tre figli, da anni ormai viveva a Verona con la moglie Adelina e i tre figli dove lo scorso 7 aprile (è morto il 6) hanno celebrato i funerali. Ma a Pescara Giuseppe Mascetta aveva ancora i genitori Guerino e Giuseppina, che abitano in via Spaventa, la sorella Adele, i nipoti e gli amici che oggi alle 16 lo ricorderanno a quanti lo conoscevano con una messa in sua memoria nella chiesa Gesù Risorto di via Filomusi Guelfi. Questo il ricordo addolorato dei suoi colleghi del reparto Chirurgia del pancreas di Verona: «Era il 2000 quando il dottor Giuseppe Mascetta, per noi Pino, iniziava la sua avventura a Verona. Veniva da Pescara e gli abruzzesi - ci spiegava - sono “forti e gentili”.
«L’intensità del lavoro non è mai stata di peso per Pino, che ha continuato a lavorare anche con la malattia. Ha subito diversi interventi, ed è sempre tornato in reparto il prima possibile. Ha continuato a lavorare senza mai un lamento, nemmeno con noi: non voleva compassione, non voleva sconti. Per tutti noi, suoi colleghi e compagni di lavoro, oggi ci lascia un amico. Ci lascia Pino, con la sua presenza discreta e mite, mai prevaricante, con la sua passione, la sua perseveranza, la sua onestà e l’amore che metteva nel fare le cose, la sua capacità di “sentire” i sentimenti degli altri, la sua disponibilità pronta e disinteressata, la sua naturale empatia con i pazienti. Ha curato i malati, ha affrontato con coraggio il lavoro, la vita, la malattia e la morte».

