Addio alla pensione anticipata Sta per tornare quota 67 anni

25 Luglio 2022

Il tempo per la riforma è quasi scaduto: tra poco più di 5 mesi resterà solo la legge Fornero

PESCARA. Non c’è più tempo per la riforma delle pensioni. Torna in primo piano quella che per la stragrande maggioranza dei lavoratori è uno spettro: la legge Fornero. Ovvero l’uscita dal lavoro a 67 anni senza alternative. Addio alla pensione anticipata?
Forse non è ancora detta la parola fine, ma l’Italia e l’Abruzzo si avvicinano sempre di più a questo epilogo poco fausto non solo per i 60enni, che vedono allontanarsi il traguardo, ma anche per migliaia di giovani che pensano al turn over come l’ultima speranza per trovare il posto fisso.
QUELLA LEGGE DEL 2011.
La legge Fornero, o meglio la riforma delle pensioni Fornero, corrisponde all’articolo 24 del decreto legge numero 201 emanato il 6 dicembre 2011. Il suo nome deriva da quello dell’allora Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, che ha modificato il funzionamento del sistema pensionistico italiano emanando le cosiddette “Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici”.
Con questa legge il sistema pensionistico italiano è passato dall’essere retributivo all’essere contributivo. Il primo, più conveniente per il lavoratore, pesava eccessivamente sulle casse dello Stato in quanto calcolava la pensione basandosi sull’ultima retribuzione (in genere, la più elevata dell’intera carriera lavorativa) e senza tener conto dei versamenti contributivi fatti negli anni.
A partire dal 2011, tutti i lavoratori italiani vanno in pensione col metodo contributivo. Il principio cardine della legge Fornero è uno: la pensione cresce al crescere dei contributi versati. I lavoratori che raggiungono il requisito per la pensione di vecchiaia, fissata a 67 anni, possono dunque smettere di lavorare, e percepire una pensione la cui somma viene determinata sulla base di contributi accumulati e rivalutati durante la vita lavorativa. Tale somma viene poi traslata in pensione, sulla base di coefficienti numerici che dipendono dall’età che il lavoratore ha nel momento del pensionamento. Ma finora ci sono comunque state forme alternative di uscita dal mondo del lavoro che stanno però per scadere.
STRADA STRETTA.
La caduta del governo Draghi rende molto più difficile l’uscita dalla prospettiva unica della Fornero attraverso una riforma strutturale in grado di abbassare l’asticella dei 67 anni. Era stato lo stesso Draghi a parlarne in occasione delle comunicazioni in Senato dello scorso 20 luglio: «Serve una riforma delle pensioni che garantisca meccanismi di flessibilità in uscita e un impianto sostenibile ancorato al sistema retributivo», aveva detto. Ma il tempo rimasto è davvero poco.
TEMPO SCADUTO.
Se entro il 31 dicembre 2022 non si mettesse a punto un intervento sulle pensioni, si tornerebbe alla Fornero per tutti. Un regime temporaneamente superato con l’introduzione in via sperimentale, per tre anni, di Quota 100, che prevedeva la possibilità di andare in pensione in presenza di due requisiti: 62 anni di età anagrafica e almeno 38 anni di anzianità contributiva.
Si è poi passati a Quota 102, che innalzava il requisito dell’età anagrafica per poter chiedere il pensionamento da 62 a 64 anni, lasciando immutata la necessità di avere 38 anni di contributi versati. Ma a fine anno Quota 102 non sarà più in vigore. E, come si diceva, la Fornero ci aspetterà a braccia aperte, sull’uscio di casa, allo scoccare del capodanno del 2023.
UN NO GENERALE.
Ma è un inizio d’anno che non piace a nessuno. Né ai sindacati né alla maggior parte delle forze politiche. Il nuovo governo potrebbe decidere, per esempio, di prorogare temporaneamente Quota 102. Oppure introdurre la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica. O infine la proposta che arriva direttamente dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, secondo cui va in ogni caso superata «la rigidità delle quote adottate finora», senza compromettere la tenuta delle casse statali.
USCITE DI SICUREZZA.
Tridico suggerisce un regime pensionistico che permetta di andare in pensione dai 63 anni in su, con almeno 20 anni di contributi. Si riceverebbe però fino ai 67 anni una quota calcolata sui versamenti contributivi effettuati. Dai 67 anni in poi l’assegno sarebbe invece dato dalla somma tra quota contributiva e quota retributiva. I suoi calcoli prevedono una spesa pubblica di 3 miliardi di euro in 3 anni, contro i 18 ipotizzati se entrasse in vigore la possibilità di andare in pensione con Quota 41.
Sullo sfondo c'è anche l'ipotesi di modificare la normativa relativa a misure come l'Ape sociale, anticipo pensionistico per alcune particolari categorie di lavoratori, e Opzione Donna, dedicata nello specifico alle lavoratrici. Ma per ora c’è una sola certezza: la Fornero è lì che ci aspetta. È dietro l’angolo. (l.c.)