Addio Di Iorio, regista di teatro e tv

23 Giugno 2015

Autore e produttore teatrale, aveva lavorato a lungo con la Rai e al Teatro Stabile dell’Aquila. Sarà cremato

di Giuliano Di Tanna

Mario Di Iorio l’ho conosciuto una trentina di anni fa quando le persone sedute a uno stesso tavolo si parlavano guardandosi in faccia, invece di starsene chine su un telefonino a controllare quel che il mondo pensa di loro. Il tavolo era quello di un locale che non esiste più, il Kabala in via Ravenna a Pescara. Erano gli anni in cui a Pescara si poteva tirare tardi senza che i camerieri ti invitassero a sloggiare, sbattendo le sedie sui tavoli già verso le undici di sera. E Mario, che se n’è andato ieri all’alba, a 70 anni, era uno che amava tirare a lungo la serata, perdendosi dentro un’arte ormai in disuso, quella della conversazione, della chiacchiera (non sempre morta), del racconto e anche del pettegolezzo.Un’arte che ha bisogno di una comunità per essere praticata: scomparsa l’una, si eclissa anche l’altra.

Ai tavoli del Kabala – ma anche di Thomas (un altro locale scomparso) in via Regina Elena, o dell’Omar Khayyám in corso Manthonè – con lui le chiacchiere non stavano mai a zero. Sport, politica, ma soprattutto cinema e teatro erano le portate fisse del menu di quelle serate che diventavano quasi sempre nottate. E soprattutto, un gioco da cinefili: farsi domande impossibili su film poco visti per sfidarsi a chi ne sapeva di più su un attore, un regista, un direttore della fotografia. Un gioco da adolescenti che non ne volevano sapere di crescere da cui saltavano fuori idiosincrasie indomabili (Mario non sopportava Kubrick e le vestali del suo culto) e amori altrettanto ingestibili, nel bene e nel male, come Godard, che lui amava perché era un filo (uno dei fili) che lo legavano al Gioioso Maggio della sua gioventù, quello in cui una generazione aveva sognato di poter mettere insieme vita privata e discorso pubblico, etica ed estetica, politica e passione. Una sera, lasciandomi prendere la mano dal gioco, mi inventai una domanda alla quale non ero in grado di dare una risposta, se non inventandomela: «Qual è il colore della camicia di John Wayne nel quarto rullo di Sentieri Selvaggi?». Come risposta mi beccai un «mavaffanculo».

Il piacere illuministico della conversazione Mario lo praticava, come tutti i veri vitelloni, nelle arti basse più che in quelle alte. Il calcio, oltre al cinema d’essai, insomma. Teatino purosangue, s’era innamorato del Pescara grazie a Galeone. E come galeoniano, a cavallo fra gli anni Ottana e Novanta, aveva preso a sedersi come ospite nelle trasmissioni sportive delle televisioni locali, oltre che in alcune serate a porte chiuse in ristoranti di Pescara Vecchia durante le quali Galeone cantava, con altri a far da coro e Pierpaolo Marchetti a suonare (l’unico intonato) la sua chitarra acustica.

Ci provò anche a portare in televisione quest’arte della conversazione senza scopo apparente, in un programma con Carmine Perantuono in una televisione privata che non c’è più. Ma gli sponsor non capirono e la trasmissione chiuse i battenti.

Quella della chiacchiera con Mario, però, non era sempre (anzi quasi mai) un’arte incruenta. Era polemico e gli piaceva portare alle estreme conseguenze i suoi punti di vista sul mondo e sulle persone. Capitava, quindi, di litigare. Ma le liti non duravano mai più di qualche ora, qualche giorno al massimo. Accadde anche a me, e la pace la siglammo davanti a una pizza e poi, in casa di Carmine Perantuono, a guardare la copia appena montata del suo film, “La figlia di Iorio” . Ci perdemmo di vista da allora, più o meno.

Un mese fa, un amico comune, Alì del Kabala, mi raccontò che non stava bene. Io gli dissi di quell’antica litigata. E lui scoppiò a ridere: «Ma lo sai che Mario litiga solo con le persone alle quali vuole bene, no?». Lo sapevo? Sì, lo sapevo. E adesso che se n’è andato, sto scrivendo questo articolo che non so come concludere. Ma non si merita nemmeno un granello di retorica, Mario Di Iorio. Lo concludo così: l’articolo è finito, Mario, e adesso ci metto il punto. Eccolo.

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