Addio Pilotti Aielli ultimo principe del foro pescarese

L’avvocato Medoro aveva 85 anni (da 2 non esercitava più) Sue le arringhe di processi storici, da Fabrizi a Salini e Dezio
PESCARA. È stato un riferimento importante e prezioso per più generazioni di avvocati, fino alla più giovane. E tutti, indistintamente, a Palazzo di Giustizia ne sintetizzano carattere, ruolo, stile, capacità, cultura giuridica e non solo, con le parole: «Ultimo principe del foro penale». Senza retorica, ma con un sincero rimpianto.
Medoro Pilotti Aielli de Gennaro si è spento ieri, a 85 anni, all’ospedale di Pescara dove era stato ricoverato qualche giorno fa per una polmonite. Ma da un paio di anni, dopo essere stato colpito da una malattia che gli aveva lasciato strascichi importanti, non esercitava più e aveva chiuso lo studio in via Regina Elena a Pescara, condiviso con il fratello, il noto civilista Antonio Pilotti Aielli, e si era ritirato a vita privata. Rigore giuridico e culturale e signorilità caratteriale hanno reso Medoro Pilotti Aielli diverso da tutti gli altri penalisti del foro pescarese, dove ricordano che dopo la scomparsa di Gustavo D'Annunzio e Giacomo Pierantozzi, eleganti avvocati nella prima metà del Novecento, fosse lui «la stella polare del diritto», ricorda Anna Maria Paolucci , sua allieva prima e valente collega di studio per 30 anni.
Di famiglia aristocratica teramana (originaria di Sant'Omero) portava il nome del nonno, il notaio Medoro Aielli di Silvi, mentre la madre era una Lepore di Raiano. Con la famiglia ha vissuto sempre tra Pescara e Silvi.
Classe 1931 dunque, aveva studiato a Roma, laureandosi brillantemente giovanissimo con il professor Giuseppe De Luca, giurista di origini abruzzesi con il quale aveva mantenuto un legame di stima e amicizia, nonchè professionale: con lui in vacanza a Silvi discuteva di processi importanti fino a pochi anni fa, con l’impegno tra l’altro in quelli a Berlusconi. Cominciò a fare pratica con Pasquale Galliano Magno, avvocato nel processo a Giacomo Matteotti a Chieti, mostrando subito grandi capacità e autonomia professionale, e rendendosi rapidamente indipendente.
Solida formazione umanistica, profondo conoscitore del diritto, attaccatissimo alla professione (dalle 6 del mattino fino alle 21.30 era possibile trovarlo in studio), sempre composto e silenzioso, discreto e con una cortesia d'altri tempi, in aula era sempre lucido e incisivo, e le sue arringhe colte e puntuali erano seguite da colleghi di ogni età in religioso silenzio. Suoi processi che hanno fatto storia: da quelli alla giunta regionale Salini all’Assise per l’avvelenamento del posteggiatore pescarese, dall’omicidio Fabrizi alla Fira, al processo Mammarella a quelli a D’Alfonso e Dezio. Lascia la moglie Maria Luisa Licciardello, la figlia Cristina e il nipote Francesco, il fratello Antonio e le sorelle Anna e Mimma. I funerali oggi alle 15 nella chiesa di Sant'Antonio.
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