«Afsal aveva finalmente il permesso di soggiorno»

5 Gennaio 2024

I racconti della comunità bengalese: «Era felice dopo dodici anni di attesa» A Pescara sono 500 i cittadini del Bangladesh: «Lavoriamo per le famiglie»

PESCARA. La notizia della morte del 44enne, accoltellato in via Gran Sasso ieri mattina, si è sparsa immediatamente tra la comunità bengalese che vive a Pescara e dintorni, tanto da giungere anche fino a Londra, dove Nasir Uddin si è trasferito nel 2019, dopo aver vissuto nella città abruzzese per circa trent’anni. Come tanti altri bengalesi, fuggiti via dal proprio paese in cerca di fortuna, gestiva un negozio nel centro cittadino e ricorda bene che in via Gran Sasso vivono alcuni suoi connazionali. «Mai avuto problemi particolari a Pescara», dice. «Ero perfettamente integrato e ho sempre lavorato, ma la mia famiglia viveva a Londra, così appena ho potuto sono partito anch’io. Ho ancora molti contatti con amici e conoscenti che vivono a Pescara e spesso vengo a trovarli. Alcuni lavorano nel commercio, altri nelle cucine dei ristoranti o nei negozi di kebab. Solitamente cerco di venire in città ogni due mesi, anche in estate. Mi dispiace molto per quello che è successo. Ho saputo che la vittima aveva finalmente ottenuto il permesso di soggiorno, dopo circa 12 anni di attesa. Probabilmente voleva raggiungere la sua famiglia e invece il destino è stato crudele con lui», aggiunge. «Non posso sapere cosa è successo, ma è davvero terribile».
Nello specifico, sono 499 i residenti in città che provengono dal Bangladesh, secondo i dati Istat aggiornati al 1° gennaio 2023, 55 quelli della vicina Montesilvano e 597 il numero di bengalesi dell’intera provincia, ossia il 3,4% della popolazione straniera presente sul territorio.
Una presenza abbastanza numerosa, confermata anche dalle diverse attività commerciali gestite proprio da bengalesi. Molti sono anche ambulanti e altri lavorano nel settore della ristorazione, anche se nell’immaginario collettivo prevale l’uomo che vende rose tutto l’anno, non solo per le occasioni speciali, e chissà per conto di chi e a che prezzo.
Spesso, poi, i bengalesi vengono accomunati ai pakistani e agli indiani e in effetti alcuni aspetti culturali sono simili, ma tale generalizzazione può provocare delle offese perché ci sono degli eventi storici che hanno portato il Bangladesh a essere indipendente dal Pakistan e dall’India. «Con i pakistani abbiamo la religione musulmana in comune», precisa Alam Mahabub, bengalese che vive a Pescara con la famiglia da quasi 16 anni. «Qui in città siamo abbastanza integrati e i cittadini solitamente ci rispettano. In via Pisa abbiamo anche la nostra moschea, che frequentiamo regolarmente. Il nostro modo di comunicare, meno aperto e diretto da quello degli italiani e di altre popolazioni, spesso viene interpretato male. Ero al mercato questa mattina (ieri, ndc), stavo lavorando, e ho cominciato a sentire delle voci. Le persone parlavano di un bengalese ucciso, così ho dato un’occhiata sui social e quando sono tornato a casa ho acceso la tv. Mi dispiace molto per quanto accaduto. Molti, però, pensano subito male. Non possiamo sapere perché quell’uomo è stato ammazzato, quindi non bisogna giudicare». E ancora: «Veniamo da un paese difficile, sappiamo cos’è la povertà e molti di noi sono qui in Italia per lavorare e avere la possibilità di far avere i soldi alla famiglia, nella maggior parte dei casi rimasta a casa».
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