Al lavoro da pensionato: Dogali assolto in Appello

PESCARA. I giudici della Corte d’Appello dell’Aquila hanno assolto Vincenzo Dogali dall’accusa di esercizio abusivo della professione, reato che in primo grado, con il rito abbreviato davanti al gup...
PESCARA. I giudici della Corte d’Appello dell’Aquila hanno assolto Vincenzo Dogali dall’accusa di esercizio abusivo della professione, reato che in primo grado, con il rito abbreviato davanti al gup Fabrizio Cingolani, gli era costato una condanna a 14 mesi di reclusione e 16 mila euro di multa.
Si chiude così definitivamente questa vicenda per la quale il professionista pescarese (biologo all’ospedale di Pescara, in pensione) era finito sotto inchiesta anche per peculato (dal quale venne assolto con la formula piena, perché il fatto non sussiste, in udienza preliminare), insieme al primario di medicina nucleare, Valerio Di Francesco, e a un ausiliario, Lorenzo Sagazio, e una coordinatrice amministrativa, Paola Zuccarini, anche loro assolti davanti al gup.
L'unica condanna era stata quella inflitta al noto professionista pescarese, nonché esponente da molti anni della vita politica cittadina. L’inchiesta affidata al pm Andrea Di Giovanni era nata in quanto, secondo l’accusa, dal 2018 al 2019 Dogali, che era in pensione già dal 2015, sarebbe tornato più di una volta in ospedale per compiere attività che peraltro non avrebbe potuto svolgere, non solo perché era in pensione, ma anche e soprattutto perché attinenti a questioni prettamente mediche e non compatibili con il suo titolo di biologo. Una inchiesta che era supportata da diverse riprese filmate e fotografiche e da testimonianze di molte persone che Dogali avrebbe ricevuto in ospedale: nomi dell'imprenditoria e della Pescara bene, persone, ignare di tutto, immortalate dalle telecamere installate dalla procura.
Prima della decisione del gup pescarese, Dogali (assistito dagli avvocati Massimo Galasso e Gianfranco Iadecola) aveva voluto rilasciare delle dichiarazioni spontanee: «Dopo il pensionamento», aveva detto, «ho continuato a recarmi in ospedale, al massimo per un paio di ore al mattino e senza alcuna formalità. La mia presenza nel reparto di medicina nucleare non può in alcun modo leggersi come esercizio della professione specifica prevista in quel reparto. Le persone che vengono citate negli atti sono conoscenti, amici e parenti ai quali ho prestato aiuto, su loro richiesta, a titolo gratuito e personale».
Ieri, dunque, i giudici di appello hanno accolto la tesi difensiva.
Secondo i suoi legali, Dogali non avrebbe mai effettuato alcun prelievo endovenoso senza la prescritta abilitazione medica, ribadendo l’assoluta carenza di prove a riguardo. «Si conclude così positivamente, per il dottor Dogali», ha dichiarato l’avvocato Galasso, «una lunga vicenda giudiziaria. La sentenza della Corte d’Appello che riconosce l’innocenza del mio assistito, certamente gli restituisce serenità e limpidezza nella condotta di chi ha lavorato per una vita in assoluta correttezza nell’ambiente ospedaliero pescarese».
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