Alessandro, dal Covid alla gioia di donare il sangue “immune”

21 Maggio 2020

Rasetta si è ammalato a Brescia, dove lavora, a inizio marzo «Donando ho potuto dare un senso a un’esperienza terribile»

PESCARA. «Con la donazione sono riuscito a dare un senso a un’esperienza veramente terribile. Sono doppiamente contento, perché servirà agli altri, ma è stato utilissimo anche per me». Alessandro Rasetta, 49 anni, è uno dei primi due donatori di plasma iperimmune. Consulente per le risorse umane e giornalista scientifico di Pescara, Rasetta si è ammalato di Covid-19 a Brescia dove lavora, affrontando la malattia da solo, lontano dalla moglie e dai suoi figli che vivono a Pescara. Rientrato in Abruzzo, dopo una lunga odissea burocratica e sanitaria, e sentita la notizia sulla sperimentazione a Pescara della cura con gli anticorpi neutralizzanti contenuti nel plasma dei donatori guariti, decide di rivolgersi al centro trasfusionale.
«Sono stato un donatore di sangue. Appena ho sentito la notizia della sperimentazione ho contattato il centro trasfusionale per candidarmi alla donazione di plasma». Una candidatura preziosa e assolutamente volontaria. Avendo vissuto la malattia in Lombardia, Rasetta non era negli elenchi della Regione Abruzzo e dunque non compariva tra i potenziali donatori di plasma che il centro trasfusionale sta contattando in questi giorni. Sottoposto a screening, insieme ad altre dieci persone, Rasetta è risultato uno dei due idonei e lunedì ha fatto la prima donazione di plasma, che ripeterà il primo giugno.
«Nonostante avessi già donato sangue, ero molto agitato prima di cominciare la donazione di plasma», confessa Rasetta, «ma quello che si riceve è molto più di quello che si dà». Rasetta dopo essere arrivato a Brescia per lavoro lo scorso 2 marzo, il 12 si ammala. «Ho avuto per 10 giorni la febbre a 39 che non si abbassava di molto, nemmeno con i farmaci, e problemi di respirazione. Brescia, però, era talmente sovraccarica, che mi hanno detto che, a meno che le mie condizioni non si fossero aggravate, non mi avrebbero ricoverato». Il consulente si ritrova così ad affrontare la malattia a casa, da solo e senza essere sottoposto a tampone.
«È stato più che un isolamento materiale», dice. «Quando si sta male si ha sempre qualcuno a fianco, che sia a casa o in ospedale. Io ero solo. L'episodio più duro è stato quando una notte ho perso i sensi e mi sono svegliato la mattina successiva, a terra. Sono stato fortunato perché nella caduta non mi sono fatto nulla». I giorni passano e Rasetta supera la febbre. Ma è allora che cominciano i primi problemi burocratici.
Il 2 aprile decide di sottoporsi autonomamente a una radiografia, dalla quale emerge un’importante polmonite interstiziale. Anche i valori epatici sono preoccupanti. «Mi sono rivolto al pronto soccorso di Brescia. Ho atteso gli esiti del tampone prima nell’area triage in una tenda militare e poi in una vecchia lavanderia industriale dove hanno ricavato 80 posti letto per i pazienti in osservazione. Il tampone è risultato negativo e io sono stato rimandato a casa».
A quel punto, per uscire dall'isolamento, Rasetta attende una chiamata per il secondo tampone. Ma la telefonata non arriva. «Essendo risultato negativo, non ero presente in alcun elenco. Quindi mai nessuno mi avrebbe sottoposto al test. Ma senza il secondo tampone non sarei potuto uscire dall’isolamento. Ho trascorso giorni e giorni a telefonare ai vari Enti. Era un continuo passare la responsabilità ad altri». L’ostinazione lo porta a ottenere il secondo test il 30 aprile. Ed è solo allora, con il secondo esito negativo, che finalmente il suo isolamento viene interrotto e non appena hanno riaperto gli spostamenti tra le regioni, ha potuto fare rientro a Pescara dalla sua famiglia.
Dimagrito di 10 chili e ancora oggi alle prese con alcuni segni della malattia, ha deciso di mettere la sua terribile esperienza al servizio degli altri. «Donare è uno stato della mente ed è qualcosa di molto importante. Pensiamo sempre di essere immortali, ma potremmo essere noi le persone in difficoltà ad avere bisogno. «Credo che per chi può donare, sia un dovere civico e morale fare qualcosa per aiutare».
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