«Alina non è morta per colpa mia», De Martinis racconta la sua verità

Omicidio di Spoltore. Condannato a 18 anni, in secondo grado chiede di approfondire lo stato di salute della compagna. «Com’è possibile che in uno stesso processo venga descritta prima come sana e poi come malata?». Il 19 giugno l’appello
PESCARA. «Alina stava male, si sentiva male, aveva una coronarite di cui soffriva anche il padre e per cui un anno prima era morta una familiare».
Mirko De Martinis, condannato a 18 anni per l’omicidio preterintenzionale della compagna Alina Cozac (morta nella notte tra il 22 e il 23 gennaio 2023), lo ripete a se stesso e al mondo, mentre si avvicina la data del processo d’appello, fissata al 19 giugno. «Io non c’entro, non sono stato», dice l’ex commerciante attualmente in detenzione cautelare a casa, con obbligo di firma, per il suo grave stato di salute: «Ho la stessa cosa che aveva la mia compagna, la coronarite, per cui sono stato operato a novembre, e una tachicardite ventricolare che mi impone una cura medica molto forte. Ma non prendo psicofarmaci, no, perché ho la coscienza a posto e la notte riesco a dormire». È però di giorno che concentra tutte le sue energie a studiare le carte, a sottolineare, a ricordare dettagli e a mettere in fila, nella testa e non solo, tutti quei tasselli «finora trascurati». Perché il fatto è che quella notte di tre anni e mezzo fa, nell’abitazione di Villa Raspa, quando la quarantenne è morta, c’era solo lui in casa. Ed è su di lui, otto mesi dopo, che è stato riaperto il caso di una morte che inizialmente era stata spiegata con un malore e che invece poi è stata interpretata per strangolamento. Da parte del compagno, appunto. Alla fine, con l’accusa che chiedeva l’ergastolo per l’omicidio volontario, la corte d’Assise di Chieti dopo la super perizia che rileggeva le carte e i referti medici, lo ha condannato a 18 anni per omicidio preterintenzionale: De Martinis ha stretto sì la compagna al collo, ma per pochissimo. Non la voleva uccidere ma lei è morta. Dunque colpevole comunque.
E ora, a due settimane dall’appello, implora: «Chiedo ai nuovi magistrati che si occuperanno del mio caso che mi liberino dall’incubo infernale che sto vivendo da tre anni e mezzo con la mia famiglia. Ci sono ancora tante cose da rimettere in ordine e da valutare». Si riferisce, racconta, alle ultime settimana di vita della compagna con la quale, ribadisce, «non c’era nessuna lite». Piuttosto, riferisce, c’erano i suoi problemi di salute.
«A Natale, il 24, ci siamo regalati entrambi un paio di scarpe. A lei andavano strette, tornò al negozio ai primi di gennaio e lì si sentì male. Stessa cosa in un bar, e stessa cosa a dicembre quando stavamo andando a cena da una coppia di amici e lei impiegò un quarto d’ora per fare una salita e poi la discesa. L’amica le disse che quella strada la faceva normalmente con il figlio in braccio, si stupì della fatica che faceva Alina e le disse che forse non stava bene. E anche nei giorni di gennaio precedenti alla tragedia, c’è il messaggio di un’altra amica che le dice di averle trovato un lavoro e lei le risponde che non si sente bene, “sarà lo stress per l’esame per la patente”, disse». Ma poi, ribadisce De Martinis, quella maledetta notte si sentì male davvero. «Ho chiamato i soccorsi alle 4.09, l’ambulanza è arrivata 24 minuti dopo, con i sanitari che facevano sopra e sotto perché quell’ambulanza non era attrezzata per la rianimazione. E lei è morta».
Una tragedia a cui, otto mesi dopo, segue il dramma giudiziario che travolge l’ex commerciante di abbigliamento. «Eppure» ricorda, «siamo stati io e mia sorella a chiedere di fare l’autopsia, ma non essendo il marito, solo il compagno, non avevo voce in capitolo. Ero tranquillo e sono tranquillo, perché so che sono innocente. Ma è un incubo da cui devo uscire».
Cita gli atti, i paragrafi, le presunte incongruenze De Martinis, al centro di un processo che si gioca sulle carte mediche le cui interpretazioni cambiano dall’accusa alla difesa. «Com’è possibile», si chiede, «che in uno stesso processo una persona venga descritta prima sana come emerge dai primi consulenti, poi affetta da coronarite e tubercolosi come dice l’anatomopatologo e poi ancora da pericardite e polmonite desquamativa bilaterale come sentenziano i superperiti? E com’è possibile che perfino sull’intubazione i verbali del 118 dicano che è stata fatta (lasciando sul collo “le infiltrazioni emorragiche”ndr) e i superperiti sostengono che non ci sia mai stata, ma fu solo un tentativo (e dunque sarebbe stato il compagno a stringerle il collo ndr)? Se persino la scienza processuale cambia versione più volte», va avanti l’imputato, «su cosa si fonda la certezza assoluta che sono stato io a uccidere la mia compagna? Stavamo insieme da 17 anni, quella notte nessuna lite furibonda, ho la voce baritonale, anche i vicini dicono che non si è mossa una foglia se non quando ho allertato i soccorsi. Ecco, la mia domanda è questa: come si può sostenere oltre ogni ragionevole dubbio che io sia colpevole?. Io sono innocente».
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